Green Architecture:
ritorno alla vita

di Andrea Pane

Direttore Scientifico Compasses Magazine

Forse il 2019 sarà ricordato come l’anno che ha visto più spesso citato, nei media e nei dibattiti politici, il tema del cambiamento climatico. Grazie a una serie di movimenti giovanili nati dal bestseller di Greta Thunberg La nostra casa è in fiamme (2019), si è così ritornati a volgere lo sguardo verso il pianeta Terra, la «nostra casa», appunto.

Si è ritornati a parlarne perché si tratta di argomenti non certo nuovi, e sarebbe ingenuo attribuire al grande coraggio di una ragazzina svedese (cui la rivista «Time» ha attribuito il ruolo di persona dell’anno 2019) il merito di averli sollevati per prima. Basterebbe infatti ricordare che l’ecologia è salita alla ribalta almeno cinquanta anni fa, con i grandi movimenti ambientalisti, avendo origini ben più antiche (il termine fu coniato nel 1866 dallo scienziato tedesco Ernst Haeckel). O citare – in ambito architettonico e urbano – studiosi come Patrick Geddes o il suo allievo Lewis Mumford. Se però l’appello di Greta Thunberg ha avuto tanto successo, convincendo milioni di giovani in tutto il mondo a scendere in piazza per manifestare

il loro dissenso, vuol dire almeno tre cose: 1) che tutto quanto discusso nei decenni precedenti è rimasto in gran parte inascoltato; 2) che il mondo globalizzato del XXI secolo è ben più complesso di quello del secolo precedente, con la difficoltà enorme di sviluppare politiche ambientali comuni (basti pensare che la sola Cina, nel 2017, ha immesso in atmosfera 9,8 miliardi di tonnellate di CO2 ovvero più del doppio degli USA e quasi tre volte l’intera Europa); 3) che i giovani di oggi non sono – giustamente – disposti a pagare il conto dello sperpero attuato dalle generazioni precedenti.

Questa consapevolezza ha ormai raggiunto tutti i livelli della popolazione mondiale, anche perché mentre si svolgevano le manifestazioni dei «Fridays for Future» la nostra casa ha continuato – purtroppo – ad andare in fiamme, sia letteralmente (gli incendi che hanno devastato enormi aree del pianeta, dalla California all’Australia) che in senso più ampio (riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, siccità, fenomeni metereologici catastrofici, inondazioni). E tutto ciò mentre autorevoli studi hanno delineato scenari catastrofici per l’umanità al 2050, se non si cambia radicalmente passo. Nel contempo, tuttavia, il tema del cambiamento climatico ha progressivamente conquistato l’agenda politica, tanto che il nuovo esecutivo dell’Unione Europea, presieduto da Ursula von der Leyen dal 1° dicembre 2019, ha espressamente dichiarato che gran parte degli investimenti dei prossimi anni saranno direzionati a contrastare i fenomeni in atto, puntando su energie rinnovabili ed economia circolare. Sappiamo bene che anche i paesi Arabi più avanzati sono impegnati in questa sfida e che il prossimo EXPO 2020 di Dubai dedicherà notevole spazio a tali argomenti. E che persino la Cina sta portando avanti un programma di riduzione delle emissioni di CO2 con un primo target al 2020. Si può aggiungere che nei programmi di ricerca delle università di tutto il mondo il tema del cambiamento climatico costituisce un topic di punta. Ma ciò che sembra più rilevante è notare che anche nel mondo finanziario – ben più influente ormai di quello politico e scientifico – questi temi sono all’ordine del giorno, al punto che un grande investitore come Larry Fink ha recentemente dichiarato che il cambiamento climatico scuoterà dalle fondamenta le regole della finanza moderna. E se lo dice qualcuno che di soldi se ne intende, è probabile che sia vero.

Ecco perché – in continuità con il numero 29 di Compasses, dedicato un anno fa al tema della sostenibilità – vogliamo riprendere questi temi, ma con una prospettiva diversa: quella

della Green Architecture. Quest’ultima è intesa sia in senso più generale – come un approccio alla costruzione che minimizza gli effetti dannosi sull’ambiente, usando materiali eco-friendly, ottimizzando le risorse energetiche già presenti, riciclando il più possibile gli scarti – sia, in senso più specifico, come architettura del verde e con il verde. 

Il caleidoscopio degli articoli presentati nel numero si muove dunque su questo duplice binario. Apre la sezione [essays] un approfondimento di Paola Branduini e Mattia Federico Leone sulle recenti soluzioni proposte dal Politecnico di Milano per la rigenerazione delle aree rurali del periurbano milanese, seguito da una riflessione di Massimo Visone sulle origini dei giardini verticali, attraverso il lavoro di Patrick Blanc, Emilio Ambasz, Stefano Boeri, accennando anche a radici ancora più remote negli studi di Stanley Hart White. Chiude la sezione Netherlands, Biesbosch Museum Island (photo courtesy of R. Tilleman) una illustrazione di Giacomo Pirazzoli del progetto GreenUP, finalizzato a sviluppare pratiche di agricoltura urbana con l’obiettivo di utilizzare il verde sia per contenere le emissioni di CO2 che per la produzione di ortaggi a chilometro zero.

Coerentemente con il tema generale del numero, il [focus] è dedicato al progetto con la natura e per la natura, rappresentato in modo eloquente dal Biesbosch Museum Island nei Paesi Bassi, realizzato dallo studio Marco Vermeulen, dove il complesso ecosistema di una zona umida è raccontato in un percorso museale che si presenta come un emblema della Green Architecture, tanto per le soluzioni architettoniche (il tetto verde), che per l’elevata sostenibilità (vedi l’innovativo sistema di filtraggio con salici delle acque reflue che determina un funzionamento circolare dell’intero sistema). Segue un flashback sul lavoro di uno straordinario paesaggista come Roberto Burle Marx in Brasile, approfondito da Giacomo Pirazzoli anche grazie alle belle immagini di Leonardo Finotti, seguito dal recente restauro di uno dei suoi giardini nella piazza più rappresentativa del centro storico di Salvador de Bahia, il Terreiro de Jesus. Chiude il [focus] uno sguardo alle recenti sfide intraprese da Eni per la produzione di energie rinnovabili dal mare.

Anche gli articoli successivi non si discostano dal tema generale, illustrando il recente progetto di Boeri per un Bosco Verticale a Tirana, la riconversione eco-compatibile di una palazzina del secondo Novecento a Roma, alcune proposte a diverse scale per gli UAE (dalle mangrovie urbane a un progetto di laguna verde per Sharjah, fino a un’avveniristica proposta di grattacielo organico atto a ospitare la futura mobilità verticale). Chiudono infine il numero due approfondimenti alla scala degli interni e dei materiali: la realizzazione di piccole residenze eco-compatibili, interamente in legno, sulle rive di un lago in Repubblica Ceca, e la nuova frontiera degli arredi outdoor realizzati in calcestruzzi ultra- performanti, che dimostrano come anche un materiale «flagellato dal pregiudizio» possa rappresentare la frontiera più elevata dell’innovazione tecnologica attuale.

(photo courtesy of R. Tilleman)

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