Archeologia XXL. Museo e Centro di ricerca per il sito archeologico di Jumeirah

di Anna Cornaro

Compasses Magazine

Dubai è oggi ben nota per essere una delle città più avanzate e futuristiche del mondo. È stata definita la prima smart city della Regione e la sua rapida crescita da piccolo villaggio di cacciatori di perle, pescatori e commercianti a una metropoli globale di 3 milioni di abitanti sembra un'incredibile leggenda.

In un ambiente urbano fortemente orientato verso un futuro di Hyperloops, con auto a guida autonoma e collegamenti via drone, alcuni aspetti della città, in particolare quelli relativi all’archeologia e al patrimonio, rimangono ancora nascosti alla scena globale. L’Emirato di Dubai, una parte degli Emirati Arabi Uniti più ampia della città stessa, conta una serie di siti archeologici di notevole interesse. Alcuni, come Saruq Al Hadid, sono dispersi nel deserto, altri, come il sito archeologico di Jumeirah, sorprendentemente, occupano aree interne della città, schiacciati tra i nuovi complessi residenziali, proprio accanto ai grattacieli del centro e al distretto finanziario. I siti archeologici inclusi nell’Emirato di Dubai sono cinque: Al Sufouh e Jumeirah sono all’interno del reticolo urbano della città, Al Qusais, Saruq al Hadid e Al Ashoush sono nel deserto, così come Hatta, che fa parte di una porzione separata dell’Emirato di Dubai.

I siti appartengono ad epoche diverse, ma alcuni studi hanno evidenziato come nel corso dei secoli la loro storia si sia intrecciata, portando alla teoria che non si tratti di siti completamente indipendenti, ma facenti parte di una rete nomade che comprende caravanserragli, fabbriche, edifici pubblici e abitazioni. Questo sistema faceva inoltre parte di un più ampio schema di rotte e nodi che collegava altre aree, come gli odierni Oman e Arabia Saudita.

Dopo aver esplorato e indagato tutti e cinque i siti, il progetto si è focalizzato su Jumeirah. Questo sito archeologico è stato scoperto nel 1968 e i suoi numerosi rinvenimenti dimostrano come esso sia stato utilizzato tra il X e il XVIII secolo. L’insediamento originale comprende un mercato, la casa del sovrano, edifici residenziali e un caravanserraglio.

L’intero insediamento occupa un ampio lotto rettangolare di 105.000 m2, circondato da aree residenziali di ville con un’altezza massima di 2 piani. Recentemente l’area è stata completamente modificata dalla costruzione del Water Canal, una nuova insenatura situata nella zona più recente della città, sviluppata lungo il mare in direzione di Abu Dhabi. La costruzione del canale ha quasi completamente cancellato Safa Park, una delle aree verdi più importanti della città.

Attualmente il sito archeologico consta di un’area di 300×350 m2, presenta qualche albero di Ghaf ed è completamente recintato da un basso muro perimetrale. Al momento l’area è completamente segregata dalla vita cittadina: non ha alcuna interazione con il vicino quartiere residenziale, il canale e il distretto commerciale, a soli due isolati di distanza. Nel quartiere c’è carenza di verde alla piccola scala e, su scala più ampia, esso soffre la perdita di Safa Park, che era la zona verde più vicina a disposizione.

Il progetto non solo intende fornire un museo – con un elaborato sistema di spazi per esposizioni sia permanenti che temporanee, attrezzature per la ricerca e a scopo educativo, compresi laboratori archeologici, workshop, due bar e un auditorium – ma si pone anche l’obiettivo di diventare un nuovo hub per l’intera area, assumendo inoltre il ruolo di spazio verde perduto in seguito alla frattura causata dal Water Canal.

Il processo progettuale ha indagato diverse possibilità, anche ricercando ed analizzando alcuni casi studio. Lavorando in presenza di rovine storiche, è certamente necessario garantire la possibilità di leggere chiaramente sia il testo originale che il nuovo intervento. In alcuni casi, come per il museo e centro di ricerca di Nieto Sobejano per il parco archeologico di Madinat al Zahra, la soluzione è stata quella di costruire la nuova architettura in un sito differente rispetto a quello archeologico, sebbene lo schema compositivo dell’edificio sia capace di richiamarlo o lavori con un impianto urbano simile a quello delle rovine. Mentre la seconda opzione esplorata analizza i casi in cui i musei sono costruiti in prossimità delle rovine, come per il Complesso del Tempio di Diana a Merida realizzato da José María Sánchez García, la terza prevede la costruzione dei nuovi impianti direttamente sulle rovine, con la consapevolezza che le tracce storiche devono essere preservate e riconoscibili, come nel recente esempio del Nuovo Museo dell’Acropoli di Atene di Bernard Tschumi.

La proposta per il Sito Archeologico di Jumeirah inquadra e copre le rovine allo stesso tempo.

L’edificio fornisce ombra e protezione ai resti archeologici e offre spettacolari viste del sito archeologico dall’alto. Esso è concepito come cornice ed elemento di protezione del lotto, con una serie di ponti di collegamento tra le diverse funzioni. Spazi pubblici esterni ed interni sono connessi alla città sulla base di diversi livelli di interazione.

Il tetto dell’edificio è un parco verde accessibile sia ai visitatori del museo che agli abitanti del quartiere.

Il progetto è completato da un sistema modulare nomade di lanterne cubiche traslucide, realizzate con una struttura in alluminio. Sparse nel sito archeologico, le lanterne costituiscono piccoli spazi espositivi, ospitano il sistema di circolazione verticale e, qualche volta, nascondono il sistema strutturale dei ponti. I cubi distribuiti sul tetto fungono da lucernari, portando luce naturale agli spazi interni dell’edificio, garantendo la corretta illuminazione zenitale degli spazi espositivi e animando il tetto giardino con funzioni complementari. Esse rappresentano un vocabolario visuale ricorrente che collega l’area archeologica alla piastra sotterranea del parcheggio multilivello del museo, collocato lungo il canale.

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