di Ivan Parati

Xi’an Jiaotong-Liverpool University

Gli spazi pubblici di Expo 2020 sono una delle cose più impressionanti e riuscite di tutta l’operazione. I padiglioni certo sono importanti, sono i contenuti che attirano il pubblico con le loro architetture immaginifiche, piccoli e grandi scrigni che celano mostre preziose e un fitto calendario di eventi fatto di concerti, conferenze, simposi, esibizioni, presentazioni, tavole rotonde, spettacoli di ogni genere che si avvicendano incessantemente.
Poi c’è la forma, il contenitore di Expo, che nella sua transitorietà è generalmente un elemento al quale non viene dedicata troppa attenzione, se non fosse per le sue caratteristiche funzionali, come l’impianto urbanistico di chiara lettura, le indicazioni semplici e universali e gli spazi di servizio che avvantaggiano chi deve lavorare dietro le quinte.
In questo senso il cardo e il decumano, al di là degli aspetti identitari, possono ancora insegnarci qualcosa.
Expo 2020 sembra rompere questo vincolo di precarietà degli spazi pubblici, anticipando, con la propria permanenza, un futuro sostenibile per l’area in cui sorge, dove in un domani non troppo lontano rinascerà come nuovo quartiere di Dubai, District2020, in cui parte dei padiglioni saranno riutilizzati come edifici commerciali, residenziali e amministrativi.

Il piano urbanistico generale di Expo 2020, che ha visto la collaborazione a vari livelli di colossi dell’urbanistica, del paesaggio e dell’architettura, inclusi HOK, Populous, Arup, AECOM e SWA, presenta la caratteristica forma trilobata, come un fiore sbocciato dal nulla nell’arido deserto, dove ogni petalo sottende un distretto tematico corredato del proprio iconico gioiello architettonico. Questi tre padiglioni e i relativi distretti sono quello della mobilità, sostenibilità e opportunità.
Quello della mobilità, denominato Alif dalla prima lettera dell’alfabeto arabo, richiamando la valenza della mobilità come punto d’origine della civiltà, firmato da Foster + Partners, è un sinuoso affastellarsi di lamelle cromate che evoca il propulsore di un veicolo futuribile con dettagli retrò. Ospita un viaggio nel tempo che inizia con i grandi esploratori arabi – grandi anche letteralmente, essendo riprodotti da sculture iperrealistiche di oltre 10 metri di altezza – e si conclude con la conquista di Marte, nella quale gli Emirati si stanno esercitando da tempo.

Quello della sostenibilità, chiamato Terra, di Grimshaw Architects, è un grande disco satellitare circondato da una foresta di alberi fotovoltaici che tracciano la posizione del sole. Questo grande ombrello ripara una struttura in parte ipogea, per garantire un isolamento termico ottimale dalla calura estiva che arriva spesso oltre i 50 gradi centigradi. Qui l’esperienza, che all’esterno crea anfratti e passeggiate piacevoli tra i vari ecosistemi emiratini, si stempera all’interno in un modello un po’ datato di didattica museale, molto scenografica ma dai pochi contenuti importanti.

Il padiglione Mission Possible, dell’area delle opportunità, è disegnato da AGi Architects ed è concepito come una grande piazza coperta con strutture tubolari rivestite in tessuto tecnico che le dona la leggerezza di un aquilone librato sopra le solide masse in cotto. Anche qui, mentre l’esterno invita all’esplorazione e crea diversi luoghi da fruire in libertà, come in una vera piazza, l’esperienza all’interno del padiglione vorrebbe invogliare ciascun visitatore all’azione per migliorare il futuro del pianeta, ma ci si perde in spazi inutilmente sovradimensionati rispetto allo spessore dei contenuti che cercano di esprimere.

Gli spazi esterni coperti sono una costante di Expo 2020: infatti, anche se la fiera si è svolta durante i mesi freddi, il sole di mezzogiorno può risultare fastidioso. I grandi viali che separano le aree tematiche sono coperti da un ombreggiatore retrattile denominato I-Mesh prodotto dall’italiana S.I. di Ancona, un’azienda che della propria esperienza nel settore nautico è riuscita a realizzare un prodotto che risponde alle necessità dei tessuti tecnici per l’architettura.

Ognuno dei padiglioni tematici è collocato di fronte agli ingressi da cui accedono i visitatori che arrivano con mezzi privati, mentre un ulteriore grande canale di accesso all’area è quello che proviene dalla fermata della metropolitana, collegando il quartiere residenziale che ospita l’incredibile forza lavoro impiegata ad Expo 2020 e una nuova sede fieristica che ospita convegni e fiere commerciali. Agli ingressi tematici i visitatori sono accolti dai grandi portali in fibra di carbonio, un’ulteriore meraviglia architettonico-urbanistica che conduce all’area di controllo degli accessi, strutturata come quella di un aeroporto con metal detector e nastri per la scansione degli oggetti personali.

I grandi portali sono molto suggestivi fin da lontano, nella loro funzione di polo catalizzatore dei fiumi di visitatori che scorrono dai parcheggi e dai terminal degli autobus verso gli ingressi. Avvicinandosi la loro semi-trasparenza comincia a dichiarare la maglia intrecciata, continuando a incantare per la forma rigorosa e la massa cubica imponente e al tempo stesso leggera. Questi, realizzati in Germania su disegno dell’architetto pachistano ma londinese di adozione Asif Khan, sono alti 21 metri e assemblati con moduli a tutta altezza. Trasportati di notte sulle autostrade della Baviera, ci sono volute 9 spedizioni per recapitarli a Dubai. Guardandoli da vicino la struttura dei moduli è semplice, un continuo nastro in fibra di carbonio che si interseca a distanza regolare con uno teso nella direzione perpendicolare. Il semplice artificio rispetta chiaramente l’intento originario, quello di creare un’architettura eterea, come una campitura tracciata nell’aria partendo dall’ispirazione di un elemento della traduzione decorativa islamica: la mashrabiya. Questa è un’intricata struttura a reticolo che tradizionalmente scherma finestre e balconate per riparare dalla calura e dagli sguardi, che permette di vedere senza essere visti, assumendo le fogge più disparate, dagli intricati motivi geometrici agli arabeschi floreali. Tuttavia, nelle migliaia di declinazioni contemporanee che ha assunto negli ultimi decenni non era mai stata sintetizzata in modo tanto minimale quanto efficace. Le due grandi porte incernierate su uno dei lati aperti possono essere aperte a piacimento a seconda delle occasioni, enfatizzando ancor di più l’aspetto poetico di un portale solenne ma traslucido che invece di costringere all’esterno invita all’interno.

Ma il vero spettacolo sono i visitatori che riflettono le 200 e più nazionalità presenti negli Emirati, i local, gli autoctoni che ad Expo 2020 trascinano le proprie famiglie al completo, sognando a occhi aperti davanti a un futuro che li affascina da quarant’anni, quando ancora bambini facevano sgobbare i dromedari sulle dune e ogni tanto ricevevano la visita dello sceicco in elicottero, per mediare uno screzio di terreni o di greggi. Essi sono nati quando gli Emirati si sono uniti esattamente cinquant’anni fa e questo giubileo è stato un ulteriore motivo d’orgoglio da celebrare con sfarzo.

Proprio all’interno ci si aspetterebbe che il vero protagonista di un’esposizione universale sia il padiglione del Paese che ospita l’evento, ma anche in questo caso gli Emirati riescono a sorprenderci. Il cuore pulsante dell’intero quartiere è una piazza, un riferimento urbanistico che poco ha a che vedere con il Medio Oriente, dove i pochi spazi urbani aperti degni di nota sono destinati al culto religioso sul fronte e nel cortile interno delle grandi moschee. D’altro canto, gli spazi infiniti sono già dominio incontrastato degli elementi della natura, il deserto e il mare tenuti a bada, insieme agli sguardi indiscreti, dalle alte cinte murarie che circondano il perimetro degli edifici, dando vita ad un dedalo di strette viuzze ombreggiate. Nella piazza Al Wasl, “connessione” in Arabo, questa riconciliazione con la natura avviene attraverso un enorme duomo emisferico, la struttura architettonica più imponente di tutta Expo 2020, con i suoi 67 metri di altezza e 130 metri di diametro. Il microclima ricavato nello spazio sottostante è garantito dall’ombreggiatura degli elementi in tessuto che facilitano la circolazione dell’aria tra le gradinate e le palme di verdeggianti giardini. I Buckminster Fuller di Dubai si chiamano Adrian Smith + Gordon Gill Architecture, insieme a SOM tra i progenitori di un altro colosso dell’architettura contemporanea, il Burj Khalifa. L’Al Wasl dome è un gioiello di tecnologia e di collaborazione planetaria, forgiato in 3 continenti per essere parzialmente assemblato in Italia da Cimolai Richmond prima di arrivare negli Emirati per la saldatura in loco finale con tolleranze di 5 millimetri, a conferma del motto di Expo 2020: «Connettere le menti per creare il futuro». I suoi 252 videoproiettori Christie gli garantiscono il primato della più grande superficie per proiezione a 360 gradi al mondo.

I viali a raggiera che si dipanano dal centro del quartiere raccordandosi nei grandi petali tematici in prossimità degli ingressi sono ulteriormente connessi nel mezzo da un anello che permette di spostarsi agilmente attraverso l’intera fiera. Questo porta verso tutte le strutture pubbliche dove si svolgono le attività principali, i 2 parchi con zone gioco per i bambini, il grande palco, l’anfiteatro, la fontana, il giardino ascensore, la zona ristorazione, le piazzole dei food truck e le commissioni artistiche che costellano il quartiere. Tra questi spazi si innesta il monumento ai lavoratori che hanno partecipato alla costruzione di Expo 2020, un colonnato di 38 elementi con incisi i nomi di oltre 200.000 manovali, un tributo curioso per un paese spesso accusato di aver costruito il proprio lustro sullo sfruttamento della manovalanza a basso costo proveniente principalmente dai paesi asiatici più prossimi come Pakistan, India e Bangladesh.

Il tutto sembra pensato per un’esperienza multipla, per l’avido esploratore solitario che non vuole perdersi un’emozione e per la famiglia caotica che si accontenta di frequentare i grandi spazi pubblici e di assistere a qualche spettacolo coinvolgente o alle esibizioni di talentuosi artisti di strada. Se vi attardate oltre il tramonto, potreste veder passeggiare tra i viali il grande leone digitale, un pupazzo di 15 metri di lunghezza e 5 di altezza dai movimenti sinuosi e realistici, mosso da una decina di animatori. Altri personaggi curiosi che è possibile incontrare tra i viali sono le schiere di robot creati dalla cinese Terminus. La massa di lavoratori “autonomi” si rincorre tra i viali impegnati in una serie di attività, dal controllo della temperatura corporea e l’invito a indossare le mascherine, alla consegna dei pasti in stazioni apposite, alla distribuzione delle mappe per aiutare le persone a orientarsi. I robot cuochi sono anche i protagonisti del padiglione ristorante gestito da un’azienda leader delle ordinazioni su internet.

La fontana è un altro elemento popolare che attira masse di visitatori e presenta una concezione innovativa per questa tipologia di riferimento urbanistico. Dubai ospita già da anni una fontana danzante da primato ai piedi del Burj Khalifa, una suggestiva coreografia di getti ad alta pressione che vengono sparati a decine di metri a ritmo di musica, contribuendo, oltre ad affascinare migliaia di visitatori mesmerizzati dalla fluidità dei movimenti, a raffrescare le zone circostanti. Ad Expo 2020, piuttosto che avere uno specchio d’acqua che zampilla verso l’alto, l’acqua cade dalle mura di un anfiteatro dove le persone occupano la platea, mentre i più spericolati cercano di scalare le pareti tra i flutti che ricadono a ritmo di pezzi musicali appositamente composti. Le pareti curve che simulano una superficie ciottolata assorbono i fiotti d’acqua che viene riciclata per la continuità dello spettacolo senza disperdersi verso la platea.

L’elemento audiovisivo di tutta la fiera è stato particolarmente curato, ogni esperienza sembra trasformarsi al tramonto conferendole nuove prospettive. La grande copertura dell’Al Wasl Square da ombreggiatore diventa una cupola di luce, gli spruzzi dell’elemento d’acqua mutano in lingue di fuoco che lambiscono i visitatori attoniti mentre i commenti musicali enfatizzano la drammaticità delle scenografie. Anche passeggiando da una zona all’altra la musica proveniente dai diversi dispositivi non sembra sovrapporsi in modo cacofonico, ma piuttosto fondersi armoniosamente con i suoni dei tamburi delle danze autoctone, mentre l’effetto illuministico è progettato per estendere il momento del tramonto indefinitamente con una varietà di dispositivi disseminati all’interno delle aree comuni. Altro vanto italiano, I-Guzzini, ha garantito larga parte della fornitura.

Le grandi esposizioni universali hanno rimodellato in passato intere metropoli che sono riuscite ad assicurarsi così il loro ingresso nella modernità. Che le recenti edizioni non abbiano prodotto icone come la torre di Eiffel, il padiglione tedesco di Mies van der Rohe o la Biosfera di Fuller è chiaro a tutti, anche perché l’impatto di questi megaeventi, negli ultimi decenni, non si è limitato all’area occupata ma ha pervaso altre zone della città e della provincia. A Dubai, con Expo 2020 si è cercato di ricreare l’effetto iconico che, tramite l’architettura, ridefinisce l’identità visiva di una nazione e il grande duomo Al Wasl è riuscito almeno in questo intento. Sebbene sia lodevole l’obiettivo di estendere l’utilizzo dell’area oltre i sei mesi programmati, certo non saranno gli spazi pubblici ben progettati e realizzati a contribuire alla longevità di un progetto che per sua natura nasce come effimero. Dubai sembra ripetere spesso gli errori del passato creando delle bolle esclusive che finiscono per segregare i residenti dei vari quartieri, piuttosto che generare dei poli attrattivi con diverse funzioni che facciano gravitare la vita delle persone attraverso ecosistemi complementari e sincronizzati. Un barlume di speranza è dato dal fatto che le infrastrutture e il trasporto pubblico hanno anticipato l’insediamento di Expo 2020, contribuendo ad allacciarlo in modo concreto fin da subito al resto della metropoli. Solo il tempo potrà dire del successo di questa visione.

Photo credits:

1. Night view of the Opportunity District (Photo by Dany Eid) / Vista notturna del Distretto delle Opportunità.
2. Visitors outside Alif, the Mobility Pavilion (Photo by Katarina Premfors) / Visitatori all’esterno di Alif, il Padiglione della Mobilità.
3. Visitors walking through Terra, the Sustainability Pavilion (Photo by Christopher Pike) / Visitatori che passeggiano all’interno di Terra, il Padiglione della Sostenibilità.
4. Mission Possible Pavilion, in the Opportunity District (Photo by Suneesh Sudhakaran) / Il padiglione Mission Possible nel Distretto delle Opportunità.
5. Aerial view of the Mobility Portal (Photo by Dany Eid) / Vista aerea del Portale della Mobilità.
6-7. The Sustainability Portal (Photo by Dany Eid) / Il Portale della Sostenibilità.
11 Night view of Al Wasl Plaza (Photo by Suneesh Sudhakaran) / Vista notturna di Al Wasl Plaza.
8. Opening Ceremony (Photo by Katarina Premfors) / Cerimonia di apertura.
9. Night view of Al Wasl Plaza (Photo by Suneesh Sudhakaran) / Vista notturna di Al Wasl Plaza.
10. Opening Ceremony at Al Wasl Plaza (Photo by Ryan Carter) / Cerimonia di apertura in Al Wasl Plaza.
11. The Opti and Patrol robots at the Sustainability Portal (Photo by Isaac Lawrence) / I robot Opti e Patrol al Portale della Sostenibilità.
12. Children visiting the Water Feature (Photo by Stuart Wilson) / Bambini che visitano la Water Feature.
13. Visitors inside the Dodecalis Luminarium by Architects of Air at Festival Garden (Photo by Anthony Fleyhan) / Visitatori all’interno del Dodecalis Luminarium di Architects of Air al Festival Garden.
14. Aerial view of the Mobility Portal (Photo by Dany Eid) / Vista aerea del Portale della Mobilità.

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