La reinterpretazione del vecchio zuccherificio del Guangxi

di Rosa Scognamiglio

Compasses Magazine

Il tema del riuso in architettura è da sempre uno dei più complessi e la dura sfida cui sono chiamati a rispondere architetti e urbanisti risiede nel delicato compito di comprendere in quale direzione operare la conversione dei siti dismessi, indagando dapprima l’identità di questi luoghi e muovendosi, poi, in modo da donare a essi soprattutto nuovi significati e non meramente nuove funzioni.

Cambiano gli usi, le società e di conseguenza si trasformano gli spazi e le architetture che animano i centri urbani e, se è vero che l’aspetto di una città muta insieme alla società, è vero anche che lo stile e la funzione di un edificio non sono mai separati dal presente.

In un progetto di riuso, la più grande difficoltà consiste, infatti, nel lavorare con un oggetto che è stato pensato da un altro progettista: approfondire il corretto livello di conoscenza, considerarne i valori materiali e immateriali, le debolezze e le mancanze, trovare l’equilibrio tra empatia e distanza critica, sono tutti elementi che impongono un punto di vista oggettivo, “freddo”. «Da parte dell’architetto, il progetto di riuso richiede la massima attenzione per l’oggetto preesistente e non per il proprio ombelico»1.

La lettura dell’evoluzione degli approcci al riuso, con particolare riferimento all’architettura industriale, permette di delineare il contesto culturale in cui si sono sviluppati gli interventi significativi per la fruizione delle preesistenze e le strategie per la conservazione dei valori culturali del patrimonio. Ne scaturisce l’importanza di considerare un progetto di recupero come un processo di stratificazione dei valori materiali e dei significati per cogliere la transitorietà dell’azione progettuale a partire dalla peculiarità di ogni singolo caso2.

In particolare, il patrimonio industriale dismesso rappresenta la più vasta rappresentazione di un’epoca ormai andata e che forse non tornerà più, evocando, mediante le sue tracce, lo spirito delle generazioni precedenti: enormi edifici abbandonati nei quali ancora si può leggere la storia, gli usi, i ricordi di qualcosa che si è spezzato e poi è mutato per sempre.

In Cina, diversamente che in Europa, l’idea di sviluppo e di progresso non ha mai considerato l’ipotesi di recuperare, per poi riutilizzare, il patrimonio ereditato. Al contrario, la politica cinese ha da sempre privilegiato la brutale demolizione come soluzione per ripartire e ricostruire, più in grande e in chiave avveniristica. È così che i tradizionali villaggi rurali, con il trasferimento dei contadini in città, si sono trasformati in fattorie collettive, nel quadro del disastroso “Grande balzo in avanti”3, cancellando per sempre la vita passata e sradicando i pochi contadini superstiti dai loro luoghi.

In quest’ottica, il volto delle città e il rapido processo espansionistico si fondano sulla pratica della tabula rasa. «Solo il 10% degli edifici storici in Cina è sopravvissuto fino a noi», scrive Wang Shu4. Con la demolizione della città storica, la società asiatica si è dovuta confrontare continuamente con il concetto della ricostruzione ex novo: per anni, intere parti di città sono state rase al suolo per costruirne di nuove, eliminando per sempre tracce delle diverse epoche susseguitesi nel tempo.

Il tema è molto complesso e non riguarda solo la sfera della conservazione del patrimonio architettonico e culturale, bensì si collega ad altri gravi problemi che affliggono la società cinese, di natura perlopiù sociale, di cui fanno le spese le fasce più deboli della popolazione: mancanza di sufficienti diritti e garanzie per il cittadino; assenza di tutele della proprietà privata; corruzione dello stato nelle sue più alte funzioni. Tantissimi sono i fatti di cronaca che raccontano di suicidi o episodi di autolesionismo di persone che hanno visto le loro case rase al suolo5.

A favorire un graduale cultural turn, hanno giocato la contaminazione con la cultura europea e il cambio di direzione politica. A partire dagli anni Settanta, infatti, con la politica della Porta Aperta, la Cina è passata dalla condizione di povera civiltà contadina a rivestire il ruolo di grande potenza moderna.

Oggi la continua sovrapposizione tra tessuto storico e imponenti costruzioni più recenti si configura come un delicato palinsesto da custodire e di cui avere cura. Ciò ha comportato, molto lentamente, un delicato avvicinamento al tema del recupero, riscoprendo e reinterpretando le tracce di una cultura passata, soprattutto a partire dai paesaggi industriali, ormai abbandonati.

L’esito più evidente di questo cambio di paradigma nell’intendere lo spazio urbano come portavoce di un valore simbolico e la riconversione di edifici dismessi come esperimenti per nuovi significati, è la realizzazione pervasiva di “contenitori” culturali che costellano le città cinesi e rappresentano parte integrante delle agende politiche.

Uno degli esperimenti più riusciti di recupero industriale ha interessato l’antico zuccherificio costruito negli anni Sessanta su un colle vicino al fiume Li a Yangshuo, nel Guangxi, in una delle regioni carsiche più tipiche, circondato da un paesaggio naturale tra i più caratteristici della Cina meridionale. La grande capriata, che sopravvive ancora oggi, veniva utilizzata per il trasporto della canna da zucchero.

Nel 2018 lo studio Vector Architects ha ridato vita a questo luogo, riconvertendolo in un resort di lusso contraddistinto da un gruppo di strutture in muratura a due spioventi progettate per integrare l’architettura industriale esistente. Il vecchio zuccherificio, con la sua capriata importante, occupa il centro del lotto, mentre ai suoi lati sorgono due nuovi blocchi funzionali. Gli edifici originali ospitano servizi, tra cui la reception dell’hotel, un caffè, un bar, una sala polivalente, una galleria e una biblioteca.

A caricare di simbolismo e significato la vecchia struttura intervengono una piazza sommersa e un laghetto riflettente, mentre per mantenere una coerenza estetica nonché materica, sono stati utilizzati sistemi costruttivi e materiali della contemporaneità pur conservando le sfumature e le tecnologie murarie dell’antico.

Il blocco di calcestruzzo e quello pressofuso formato dal legno conferiscono al nuovo volume più leggerezza e trasparenza senza contaminare l’ordine esistente con il paesaggio circostante, e, in più, contribuiscono a migliorare l’illuminazione e la ventilazione naturali. Infatti, le strutture, simili a capannoni, offrono un’interpretazione leggera e moderna dei metodi utilizzati per costruire il mulino originale.

Il profilo del nuovo edificio ha linee semplicissime per non rubare la scena al vecchio zuccherificio, distinto da una geometria sensibilmente espressiva. Anche gli interni, progettati da Ju Bin di Horizontal Space Design, hanno lo scopo di enfatizzare la connessione tra vecchio e nuovo.

La pendenza del tetto mantiene le medesime proporzioni di quella originale e si integra alle altre coperture a falde dei nuovi corpi. L’idea complessiva è quella di considerare l’area di intervento come un grande giardino in cui passeggiare e meditare.

L’edificio più grande, chiamato Sugar House Retreat, contiene camere con balconi privati sul retro che si affacciano sullo scenario montano. Il Garden Townhouse a due piani ospita una serie di suite che si affacciano su vecchi edifici e stagni. Sul retro, le suite superiori si aprono su una terrazza privata, mentre quelle al piano terra si affacciano su un giardino di bambù.

Due flussi di circolazione conducono la visita: un sistema di corridoi costituisce il percorso funzionale interno, mentre una grande passerella collega tre spazi-nodi dell’edificio, simili a grotte. Girando per l’hotel, gli ospiti sperimentano l’alternanza tra luce e buio, la mutazione del paesaggio, le diverse distanze e altezze.

La verticalità dei grandi gruppi montuosi carsici si relaziona con la forte orizzontalità della nuova architettura designando l’interazione tra uomo e natura, mentre la passerella pubblica viene interpretata come una versione artificiale del percorso che conduce a una grotta scavata nella montagna in epoche remote.

Piccoli eventi come questo regalano ottimismo e lasciano sperare in una svolta che potrebbe porre un freno alla razzia selvaggia della demolizione brutale e restituire la vita e la storia al popolo cinese.

1 M. Boesch, Riuso: il mestiere dell’architetto, il suo ombelico e altro, in «Archi», n. 4, agosto 2017.

2 P. Galliani, Architettura industriale moderna: evoluzione degli approcci e consapevolezze per il riuso, in «Territorio», n. 89, 2019, pp. 24-34.

3 Il Grande balzo in avanti fu un piano economico e sociale praticato dalla Repubblica Popolare Cinese dal 1958 al 1961, che si propose di mobilitare la vasta popolazione cinese per riformare rapidamente il paese, trasformando il sistema economico rurale, fino ad allora basato sull’agricoltura, in una moderna e industrializzata società comunista, caratterizzata anche dalla collettivizzazione. Mao Zedong basò il suo programma sulla teoria delle forze produttive. Il Grande balzo si rivelò tuttavia un disastro economico tale da condizionare la crescita del paese per diversi anni. Storicamente, è considerato dalla maggior parte degli autori come la principale causa della gravissima carestia del 1960, nella quale morirono da 14 a 43 milioni di persone.

4 W. Shu, Il tempo dimenticato e la verità, in «Domus», n. 1021, febbraio 2018. L’architetto racconta come in quasi tutte le città cinesi, centinaia di migliaia di persone, con poche eccezioni, hanno rapidamente demolito edifici ritenuti privi di valore storico. Questo perché il terreno edificabile vale oggi molto di più e i grattacieli hanno prezzi ancora più alti. Secondo una stima approssimativa, negli ultimi 40 anni è stato demolito in media il 90 % degli edifici storici. E tutto ciò nella pressoché totale indifferenza della popolazione.

5 Liu Zhifeng, vice-ministro dei Lavori Pubblici, ha riconosciuto di recente che le demolizioni forzate sono il reato più denunciato dalla popolazione e che, in alcune parti della Cina, sono stati perpetrati abusi gravissimi. Secondo Zhu Ying, esperto dell’ufficio di ricerca del Xing Fang Ju (Dipartimento di accettazione delle denunce), nei primi 8 mesi del 2003 sono arrivate 11.641 denunce di demolizioni illegali, il doppio rispetto al 2002; le persone che si sono recate a Pechino da tutte le parti della Cina per sporgere denuncia sono state 5.360, il 74% in più rispetto al 2002. Zhang Xinbao, direttore del Dipartimento per l’attuazione e la supervisione della legge presso il Ministero della Terra e delle Risorse, ha dichiarato che nel 2003 si sono svolte indagini su 168 mila casi di appropriazione illegale di terreni, il doppio rispetto allo stesso periodo nel 2002.

Vector Architects

Work
Alila Yangshuo Hotel

Client
Landmark Tourism Investment Company

Location
Yangshuo, Guilin, China

Architecture and Design
Vector Architects and Horizontal Space Design

Architect
Gong Dong, Vector Architects and Bin Ju, Horizontal Space

Design Project Team
Bin He, Nan Wang, Chen Liu, Fangzhou Zhu, Xiangdong Kong, Peng Zhang, Liangliang Zhao, Jian Wang, Mengyao Xu, Yue Han, Zhiyong Liu, Bai Li, Xiaokai Ma, Jinjing Wei, Yaocheng Wei, Hongming Nie, Luokai Zhang, Fanyu Luo, Wenjun Zhou

Engineering
Wenfu Zheng, Bo Li, Xianzhong Zhou, Dengsheng Lin, Xiaoyan Lu, Jing Deng

Landscape
Qianbai Yu, Yingying Xiao

Size and total area
16.000 m2

Image credits
Photo: Su Shengliang, Chen Hao
Drawings: Vector Architects

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