La natura nutre il futuro

di Cristiano Luchetti

Compasses Magazine

Lo slogan usato per il padiglione di Singapore all’Expo di Dubai si compone di tre parole (in inglese) che possono essere lette anche come una frase: la natura nutre il futuro. Una dichiarazione d’intenti molto precisa, che riflette la strategia adottata dalla città-stato asiatica per promuovere e raccontare sé stessa all’interno del palcoscenico planetario dell’Expo.

Il progetto architettonico di WOHA, insieme a quello del paesaggio di Salad Landscape, con la proposta di un “giardino tridimensionale”, si è inserito nel dibattito contemporaneo sulla relazione tra ambiente costruito e dimensione naturale. Da qualche anno, infatti, un po’ in tutto il mondo, sotto la spinta della crisi dell’emergenza ambientale, alcuni progettisti stanno proponendo edifici che integrano componenti “verdi” nelle loro caratteristiche morfologiche.

È un dibattito che vede, da una parte, chi considera quasi “naturale” poter contribuire al raggiungimento di impatti Net-Zero anche attraverso la piantumazione di alberi. Quest’ultimi vengono utilizzati non solo nei tradizionali spazi verdi esterni ma anche negli spazi interni, sulle coperture e nei prospetti. Per citare un caso italiano, il Bosco Verticale progettato da Stefano Boeri potrebbe rappresentare l’esempio più famoso di tale approccio. Tale progetto, dalla sua realizzazione, è diventato quasi un trademark delle realizzazioni dello studio ispirandone anche molti altri.

D’altro canto, invece, alcuni considerano tale strategia semplicemente una moda, forse frivola, senza effettive capacità di contribuire alla riduzione dell’inquinamento globale. Si può di certo osservare che la “conquista verde” delle facciate trasformi gli edifici in supporti per la crescita di vegetazione. Tale strategia progettuale definisce oltre alla sua intenzione ambientale anche una cifra formale. Nel nascondersi dietro le superfici verdi delle piantumazioni, l’architettura sembra retrocedere di fronte alla sfida di riuscire a proporre una poetica nuova e originale che possa rispondere alle necessità contemporanee, ormai non più rimandabili, di una migliore sostenibilità ambientale.

Non è il caso del progetto di cui stiamo parlando. Già da molti anni lo studio di Singapore ha fatto dell’uso del verde molto più che un’operazione cosmetica. La ricerca architettonica di WOHA riflette pienamente la green strategy della città asiatica, presente già nelle volontà politiche dei suoi governanti dall’indipendenza nel 1965. Pianificata meticolosamente, essa è stata sviluppata e applicata efficientemente, fino a diventare il tema dominante del principale documento legislativo riguardante le indicazioni di sostenibilità ambientale applicata allo sviluppo urbanistico: il Singapore Green Plan 2030.
Dal punto di vista dei progettisti il padiglione ha un obiettivo: dimostrare che l’ambiente costruito non ha bisogno di sostituire la natura e di escluderla attraverso un’inarrestabile cementificazione dalle città.

In tal senso il progetto del padiglione propone un assemblaggio di tre elementi tipologici principali: i piani orizzontali, i percorsi sospesi e i volumi interni conici. Questi ultimi, oltre a offrire supporto fisico a tutto il complesso, sono gli unici spazi chiusi di un sistema invece aperto e altamente permeabile che interagisce con il clima locale di Dubai. Allo stesso tempo però, l’utilizzo pervasivo della vegetazione definisce un vero e proprio ecosistema. Esso è capace di offrire al visitatore condizioni di comfort migliori, riducendo la temperatura di alcuni gradi rispetto all’esterno. È ovvio che tale macchina naturale ha bisogno di utilizzare tecnologie sofisticate atte a supportare la fattibilità dell’operazione. È qui che la natura transdisciplinare dell’approccio progettuale emerge e informa le soluzioni architettoniche.

Il padiglione è stato pensato completamente autosufficiente dal punto di vista energetico attraverso l’uso di pannelli fotovoltaici posizionati sul tetto e beneficia di numerosi accorgimenti per minimizzare lo spreco di acqua. Anche se ovviamente la creazione di un paradosso tropicale nel deserto ne necessita in quantità considerevoli. È per questo motivo che, attraverso un processo di desalinizzazione solare, l’acqua salina presente nel terreno è prelevata in loco e dissalata mediante un processo di osmosi inversa per soddisfare le esigenze di irrigazione e nebulizzazione.

Sensori, computer, e controllo digitale dello stato di salute delle piante fornito da robot, contribuiscono a definire un’architettura che cerca di essere il più biofila possibile nei suoi intenti teorici ma che potrebbe invece essere intesa come un macchinoso cyborg nella sua effettiva applicazione costruita.

A prescindere dalle soluzioni ambientali e dalle strategie comunicative utilizzate dal governo di Singapore nel proporre la propria partecipazione a Expo, l’edificio è un ottimo esempio di architettura elegante, sicuramente moderna, costruita impeccabimente. Tutti i dettagli vogliono esaltare il suo contenuto vegetale. La struttura metallica dipinta di nero integra perfettamente i servizi tecnici fino a, visualmente, assorbirli completamente. Ogni dettaglio, come per esempio il controsoffitto formato da migliaia di vasetti neri – quelli delle piantine dei vivai – contribuisce alla nozione di green architecture. Come sempre succede, se l’idea progettuale è sviluppata maniacalmente fino all’ultimo particolare, diventa statuto architettonico, chiaramente riconoscibile, portatore di una forte identità e di conseguente qualità. L’edificio in questo senso rappresenta la tela su cui si dipinge il mondo verde immaginato dai progettisti e dai loro consulenti. Lo spazio offre, nel percorrerlo, spunti percettivi notevoli che cambiano al variare delle condizioni esterne. La canopy walk è il dispositivo tettonico utilizzato per l’attraversamento di condizioni spaziali differenziate. Essa offre scorci sulle varie installazioni vegetali, floreali e artistiche in un’alternanza interno/esterno tipica dell’architettura tropicale, sempre attenta a interpretare le peculiari condizioni climatiche per offrire spazialità intermedie, permeabili, che criticano e reinterpretano, decomponendolo, il concetto di involucro chiuso.

Il padiglione di Singapore è un manifesto. È la dichiarazione della città asiatica al mondo che esiste una possibilità per le città contemporanee di riconnettersi con la natura. Viene da chiedersi però, in ultima istanza, quale natura. Perché nel mondo ne esistono di radicalmente diverse. Singapore è un luogo estremamente piovoso, umido, tipicamente tropicale. Da quelle parti la natura è estremamente potente, sembra invincibile. Essa prevarica i tentativi dell’uomo di addomesticarla, come succede, con successo, nell’emisfero occidentale al quale noi siamo più abituati.

Per questo motivo la scelta di Singapore di diventare Green City non è aliena e imposta dall’alto. Il verde a Singapore c’è sempre stato. Quindi la città, attraverso la sua architettura e il suo sviluppo urbanistico, non persegue un obiettivo utopico ma tenta di stabilire un dialogo con un’entità prepotentemente insita, appunto, nella sua natura.

WOHA

Work
Singapore Pavilion

Client
Urban Redevelopment Authority (URA Singapore)

Location
Dubai

Project Year
2021

Architecture and Design
WOHA

Engineering
CKR Consulting Engineers, ASG Engineering Consultants

Landscape
Salad Dressing Landscape Design

Additional Functions
Structural Consultant: Radius Experiential International
ESD Consultant: Transsolar Energietechnik GmbH
Lighting Consultant: Light Collab LLP
Architect-on-Record: Dawson Architects
Main Contractor: Evan-Lim Penta Construction Co. LLC
Softscape Contractor: Marmara International Landscaping LLC & Proscape LLC

Size and total area
2.460 m2

Image Credits
Andrea Pane
Courtesy of Singapore Pavilion
National Parks Board Singapore

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