Leggere il paesaggio in Palestina tra storia, modernità e occupazione

di Cristina Bronzino

Compasses Magazine

La lettura di un paesaggio muove dal riconoscimento e dalla comprensione dei segni che l’uomo vi ha impresso nel tempo, determinati da fattori naturali e culturali.

Al variare delle modalità di rapportarsi con il territorio, cambiano le tracce che vi si lasciano: in questo senso il paesaggio può essere uno specchio delle evoluzioni storiche e dell’avvicendamento delle genti in un luogo, una sorta di lente attraverso cui leggere il percorso compiuto e inquadrare criticamente problematiche più o meno recenti. Le potenzialità di lettura e interpretazione dei paesaggi sono ancora più ampie e complesse se si tiene a mente il concetto di paesaggio formalizzato dalla Convenzione Europea nel 2000 esteso a tutto il territorio, includendo non solo paesaggi eccezionali, ma anche quelli del quotidiano e quelli degradati.

In questi termini, il territorio palestinese costituisce un palinsesto di alterne vicende storiche che si manifestano nella diversità dei paesaggi riconoscibili: quello della tradizione, risultato di una secolare convivenza e reciproco condizionamento tra uomo e natura, alternato al paesaggio di una modernità a tratti incerta; a questi si sovrappongono i segni impetuosi di un conflitto lungo e ancora in corso. Le differenze, in termini di rapporto che l’uomo ha istaurato con la natura e di funzioni che vi ha attribuito, sono contenute ed esplicitate nelle forme di questi paesaggi.

Tra i siti UNESCO palestinesi, quello di Battir, a sud di Gerusalemme – terra di olivi e viti – è classificato come “paesaggio culturale”, riconoscendo la profondità e spiritualità della relazione uomo-natura come valore fondante del sito. I muretti in pietra calcarea a secco dei terrazzamenti d’ulivi sottolineano la morfologia dei versanti collinari, e i manufatti della vita rurale – uso del suolo, antichi sistemi d’irrigazione e vasche di raccolta, percorsi, macine in pietra, posti di guardia e insediamenti umani – sono integrati nelle forme del territorio per materiali, colori e funzioni. Qui il paesaggio è la sintesi visibile di una evoluzione organica e in reciproco scambio e condizionamento tra agire umano e caratteristiche naturali e ambientali, creando e alimentando una specifica identità e senso di appartenenza. La scala minuta del lavorio dell’uomo in sintonia con la terra caratterizza tutti i paesaggi storici palestinesi, rurali, collinari, costieri, desertici e urbani. L’architettura, negli esempi più umili come in quelli più imponenti, è un elemento del paesaggio indivisibile dalle forme naturali. Nei contesti urbani gli stessi valori ambientali caratterizzano i piccoli villaggi e le città principali. L’organicità degli agglomerati è data dall’integrazione natura-costruito sotto l’aspetto dell’orografia e della morfologia, nonché dalla omogeneità del tessuto urbano ed edilizio nell’uso di materiali, forme e proporzioni, rispecchiando una specifica ideologia di vita. 

Il paesaggio palestinese subisce oggi l’applicazione dell’urbanistica e dell’architettura come strumenti di guerra. I segni del conflitto che da settant’anni ha fatto del territorio il suo principale campo d’azione sono molteplici e diffusi, finalizzati alla manipolazione e destrutturazione dello spazio, in un sistema definito dall’antropologo e attivista israeliano Jeff Halper come «la matrice del controllo». Il sistema utilizza strumenti giuridici, burocratici e fisico-spaziali tra cui il muro di separazione, le colonie, le bypass roads e, ad una scala più ridotta, barriere fisiche di vario genere. Questi dispositivi entrano in netto contrasto con le tracce della storia e della tradizione, comportando un rovesciamento del rapporto uomo-natura – da integrazione a dominio – per funzioni e modalità d’intervento. 

Il muro di separazione è una barriera costituita da recinzioni elettroniche e pannelli di cemento alti otto metri che separa Israele dalla Cisgiordania; ad oggi risultano realizzati circa 460 chilometri di barriera, più della metà dell’intero tracciato previsto di 712 chilometri, di cui la quasi totalità all’interno del territorio della Cisgiordania. Gli impatti di una tale struttura sono numerosi: frammentare il luogo implica separare persone tra loro e dal proprio territorio, e quindi dalle proprie radici, memoria e cultura, indebolendone l’identità. Il muro taglia e svilisce le forme del paesaggio e quelle urbane: i segni strutturanti del paesaggio sono ignorati e stravolti; siti dai valori eccezionali come Gerusalemme e Betlemme sono alterati nel profilo, nei rapporti spaziali, nei caratteri percettivi e nei valori culturali.

Le colonie sono strumento di annessione e contenimento; le loro forme non scaturiscono da una cultura d’uso del territorio, bensì dalla volontà di dominarlo. La morfologia delle colline non è assecondata, ma ignorata e calpestata; le modalità insediative sono quelle di un avamposto militare; le tipologie architettoniche sono sconnesse dai materiali e dal clima locale. Le bypass roads sono strade a percorrenza esclusiva che collegano le colonie; anche in questo caso, l’obiettivo è inconciliabile con i segni del paesaggio, che sono pertanto lacerati e riscritti. Gli impatti delle colonie e delle bypass roads sono ambientali, paesaggistici e culturali, e gli effetti sono permanenti; le strutture non diventano parte del paesaggio, ma manifestazione di forza. Esigenze di controllo e frammentazione generano estraneità con la storia e con il territorio, disorientamento, indebolimento dello spirito del luogo.

L’impatto della matrice del controllo sull’antica città di Gerusalemme è drammatico sotto tutti i punti di vista: sociale, economico, culturale, paesaggistico, simbolico. Divisa in due dal 1949, sfigurata dalla costruzione della Jerusalem envelope – il muro che circonda Gerusalemme Est separandola dalla Cisgiordania – la città ha perso la propria vocazione multietnica e pluriconfessionale impressa nel tessuto storico e nei quartieri delle diverse comunità religiose. Il paesaggio che circondava la città vecchia è oggi costituito da colonie in espansione e dal tracciato del muro che attraversa quartieri urbani e paesaggi, alterando in maniera irreversibile segni dal valore storico e culturale irripetibile. A sud di Gerusalemme Est, il muro taglia e cancella la viabilità storica tra Gerusalemme e Betlemme, percorsa dai pellegrini nei secoli, impedendo addirittura la vista reciproca tra le due città tanto vicine quanto profondamente legate per storia e vocazione. Ragioni di separazione e annessione disegnano il tracciato schizofrenico del muro: la Tomba di Rachele a Betlemme, monumento dalla forte valenza storica e culturale, è separata dalla città tramite un percorso di cemento contorto e artificioso. Il sito, una volta caratterizzato dal delicato equilibrio di forme e proporzioni rispetto al contesto circostante, appare oggi mortificato e svilito, completamente estraniato dall’ambiente e dal territorio.

Gli stessi strumenti di controllo si ritrovano, a scala urbana, nel caso di Hebron, antica città legata alla figura di Abramo, recentemente iscritta nella lista del patrimonio mondiale UNESCO, interessata dalla presenza di colonie all’interno del centro storico. La struttura urbana è quella tipica levantina, organizzata per filtri urbani, dove dalle centralità della moschea e del souk – luoghi pubblici di scambi sociali – si dipanano percorsi caratterizzati da diversi livelli di riservatezza, che non sono ottenuti con sbarramenti fisici, bensì attraverso la conformazione del costruito, le proporzioni della viabilità rispetto alle irregolari cortine edilizie e le condizioni di ombreggiamento. L’esigenza d’intimità crescente del modello sociale coincide con la necessità di controllo ambientale e climatico. La matrice del controllo interviene sui caratteri storici della città, frammentandola attraverso colonie urbane, zone cuscinetto, nuovi percorsi esclusivi e conseguenti chiusure urbane, posti di blocco e torrette di avvistamento. Anche in questo caso l’insediamento risponde ad un modello contrapposto all’esistente, poiché la funzione militare prevale su quella civile. Gli edifici, costruiti e blindati sui luoghi di strutture antiche, per esigenze di controllo e avvistamento comportano fuori scala funzionali e dimensionali rispetto al profilo storico della città, e le zone cuscinetto circostanti creano sacche di degrado e abbandono. Collegamenti a percorrenza esclusiva sono ottenuti congiungendo in linea d’aria i punti prescelti e demolendo le porzioni di costruito presenti lungo il tragitto; per impedire l’accesso pubblico alle vie che vi confluiscono, una moltitudine di dispositivi di chiusura tra sbarre, reti, opere cementizie di vario genere ridisegnano la nuova viabilità urbana. La rottura e riorganizzazione dell’organismo urbano genera disorientamento e la distruzione di un sito che ha nel rapporto tra costruito e viabilità un forte elemento identitario.

Gerusalemme e tutti i siti UNESCO palestinesi sono iscritti nella lista del patrimonio mondiale in pericolo. Ingenti perdite sono già state inflitte a questo patrimonio di grande valore, e il rischio di ulteriore detrimento è reale sotto la pressione di un conflitto che utilizza l’assetto del territorio e l’annientamento dell’identità culturale come strumenti principali. Il paesaggio della Palestina ammonisce sulla capacità umana di stravolgere, anche in tempi relativamente brevi, il risultato di millenni di storia a causa di un rapporto uomo-territorio basato sulla forza e obbediente esclusivamente alle dinamiche della guerra. 

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