Catalogazione e visione

di Chiara Arturo

Compasses Magazine

La fotografia per e dell’archeologia industriale, all'interno dell’ampia, anche se giovane, storia della fotografia, conquista una sua posizione privilegiata e ben rintracciabile, senza mai cedere alla superata divisione per generi

Presente in molte ricerche, che vanno dalla fotografia dei luoghi alla fotografia più intimista e introspettiva, essa rappresenta un tema privilegiato per raccontare mondi complessi, stratificati, anticipatori di un futuro oramai non più così lontano. Strumento di analisi, si pone come oggetto-soggetto peculiare per studiare la società contemporanea, e – con l’aiuto del mezzo fotografico – ci porta a capire e comprendere dinamiche e meccanismi di un pezzo di storia con connessioni molto strette con il presente post-pandemico.

L’archeologia industriale, insieme al paesaggio post-industriale, costituisce un tassello fondamentale per leggere il rapporto tra l’uomo e il pianeta Terra, per capire come questo si è modificato nel tempo, che realtà ha prodotto e quali immaginari ha creato, modificato o disintegrato.
Materia strettamente legata alla fantascienza, la fotografia per e dell’archeologia industriale ci può guidare in una sorta di moderno Grand Tour tra i “ruderi” di quelle che sono state le arterie pulsanti del capitalismo.

Oscillando tra catalogazione e visione, questo particolare oggetto-soggetto, ci mostra il complesso rapporto tra l’osservazione e l’esplorazione della città che produceva, e come quello che resta possa diventare strumento di misurazione cartografica microscopico e macroscopico, utile per indagare trasformazioni urbane così come geografie più sottili, solo labilmente tangibili, mentali, legate a un’idea della storia dell’umano e del nostro abitare il mondo, soprattutto in relazione alla modificazione dello scenario chiamato paesaggio.

Con un breve excursus nel lavoro di Bernd e Hilla Becher, Gabriele Basilico, David Lynch e Antonio Biasiucci, proviamo a comprendere come l’archeologia industriale entri nelle ricerche di questi autori, andando a costruire una riflessione sulle grandi trasformazioni del paesaggio contemporaneo e sul legame e sulle crepe irrisolte o incolmabili tra l’uomo contemporaneo e i territori che ha colonizzato. Gli autori citati sono intellettuali che si sono interrogati sulle dinamiche di quella che è stata una trasformazione non solo urbana, ma anche economica, sociale, esistenziale, e per i quali la fotografia diventa una forma culturale complessa che si muove su più piani, che da una parte prova a cogliere il senso dei territori che indaga, dall’altra prova a configurare scenari futuri e distopici.
Quello che è evidente, oggi, all’indomani di una pandemia che ci ha costretti a rivedere tutto il nostro (eco) sistema, è sicuramente che la fotografia per e dell’archeologia industriale ci parla anche della irrecuperabile frattura tra Uomo e Natura.

I coniugi Bernd e Hilla Becher iniziano a fotografare insieme nel 1959.
Il loro interesse si focalizza sulla registrazione e la mappatura, tramite la fotografia, delle architetture industriali. Viaggiano molto per rintracciare stabilimenti dismessi, torri idriche, pozzi, edifici, altiforni, costruzioni anonime e prive di creatività formale, trattate come delle vere e proprie sculture.

Anche se facilmente riconducibile a un lavoro di mera documentazione, l’operazione dei Becher va ben oltre. La loro catalogazione, che evita ogni distorsione o drammatizzazione del soggetto, mira a una veduta ideale: tutti i soggetti sono inquadrati dallo stesso punto di vista, con le stesse condizioni atmosferiche. L’utilizzo della griglia-polittico – per affiancare strutture industriali della stessa tipologia o per analizzare lo stesso edificio da punti di vista differenti – facilita la messa in evidenza delle diversità formali in relazione alle necessità funzionali e strutturali.
Le fotografie dei Becher ci trascinano in mosaici di variazioni ammissibili di un mondo in totale dismissione: ritratti della caducità della macchina industriale, ci ricordano il tratto fondamentale del mondo che abitiamo.

La ricerca dei Becher ha marcato un punto di non ritorno nella storia dell’arte contemporanea e ha ispirato riflessioni profonde sul senso della fotografia industriale anche in uno dei maestri della fotografia italiana, Gabriele Basilico. Milano. Ritratti di Fabbriche è un lavoro realizzato da quest’ultimo tra il 1978 e il 1980, un’operazione fotografica a metà tra la catalogazione e l’archeologia, scaturita dalle riflessioni sull’opera dei Becher, anche se formalmente agli antipodi.
È il lavoro con il quale Basilico si distacca dal reportage e si approccia al documentario e rappresenta il primo, sistematico, progetto di mappatura delle realtà industriali milanesi. Un lavoro ricco di silenzi e solitudine, in cui è evidente l’interrogarsi dell’uomo nei confronti della contemporaneità e un tentativo di ripensare i problemi dell’attualità.

Ben diverso è l’approccio di David Lynch nel suo The Factory Photographs, fotografie in bianco e nero – scattate tra il 1980 e il 2000 – che testimoniamo la fascinazione del regista per la dismissione dell’industrializzazione, tra fabbriche, comignoli, ciminiere, vetri rotti, macchinari, cornicioni, cupole, torri, finestre, portali, scheletri strutturali che diventano protagonisti assoluti di una narrazione desolante. Sono i cadaveri dell’industrializzazione, delle moderne cattedrali del lavoro.
Un viaggio inquieto in piena cifra lynchiana, che accompagna chi osserva le fotografie con un senso di disagio nei confronti del paesaggio che l’uomo stesso ha creato. Esasperando e drammatizzando la visione, ci ritroviamo dentro scenari apocalittici, eppure familiari. Soffocanti e inevitabili, questi paesaggi sono lì a ricordarci gli esiti del nostro sistema.

Questo stretto rapporto con la catastrofe si trova anche nel lavoro di Antonio Biasiucci, che nella sua ricerca indaga universi arcani e misteriosi.
La presenza dell’archeologia industriale è evidente in vari corpi di lavoro. In Res (1993-99), vera e propria metafora della catastrofe, l’Italsider di Bagnoli, area siderurgica dismessa, diventa rappresentazione dello smantellamento del mondo; in Messa a fuoco (2015), le ceneri di Città della Scienza, primo museo scientifico interattivo d’Italia, ridotto da un incendio a un cumulo di macerie, si ricompongono attraverso un polittico di resti che si ergono a materia vibrante, plasmati in una nuova potente struttura che, dalla catastrofe, stavolta rinasce.

L’archeologia industriale diviene, insomma, protagonista di una narrazione che va oltre l’architettura, l’urbano, il periferico. In particolare in questo momento storico, diviene misura della nostra relazione con il mondo. Osservarla, e osservare come gli artisti vi si approcciano, può aiutarci a leggere una realtà compromessa, invitandoci allo stesso tempo a trovare la chiave per sopravvivere – citando Donna Haraway – in un paese infetto.

Photos by Antonio Biasiucci

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