Alle radici del giardino verticale

di Massimo Visone

Compasses Magazine

La prima opera di Patrick Blanc (1953) risale al 1986: parliamo del muro vegetale presso la Cité des Sciences et de l’industrie a La Villette di Parigi. Da quella data il botanico francese approfondirà e svilupperà questo connubio tra artificio e natura, tra tecnologia e botanica raggiungendo fama internazionale grazie alle numerosissime realizzazioni fatte in tutto il mondo, come quelle all’Ambasciata francese (2003) a New Delhi, al Musée du Quai Branly (2004) di Parigi, al Caixa Forum Museum (2007) di Madrid e il Rain Forest Chandelier all’EmQuartier (2015) di Bangkok.

 

Quelli che oggi conosciamo come vertical gardens – ma sarebbe più corretto chiamarli technical gardens, pur consapevoli che questa definizione sia meno felice – introducono una nuova modalità operativa all’interno del progetto del giardino in età contemporanea. La critica e l’opinione pubblica, molto colpita dalla spettacolarità di questi interventi, hanno cercato immediatamente le origini di questa innovazione, avendo la necessità di cercare nell’antico la sua genesi per dare maggiore significato all’opera di architetti e paesaggisti. In tal senso, in maniera molto affascinante, sono stati evocati i giardini di Babilonia. Si è voluto così ritrovare l’inizio di questa nuova narrazione in una delle sette meraviglie del mondo e restituire alla contemporaneità l’afflato mitico della storia affondando le radici del giardino verticale nell’Antico. Questo recuperato substrato culturale però appare tanto comodo, immediato e di facile comunicazione quanto errato nella sua enunciazione. Come spesso succede, prima di giungere a facili conclusioni, c’è bisogno di una più approfondita contestualizzazione e di un maggiore approfondimento storico, senza nulla togliere alla qualità e alla modernità di queste architetture vegetali.

Infatti, seppure sia innegabile che tra i valori del giardino ci sia sempre stato un comune aspetto edenico nella creazione di un artificio di natura, va detto che nel corso della storia il giardino ha assunto una variegata moltitudine di significati e di sfumature, in una sua propria evoluzione progettuale assumendo continue risemantizzazioni che attendono di essere narrate, in maniera tale da dover evitare incredibili salti spazio-temporali nella successione degli eventi per annunciare la nascita del nuovo. In questa narrazione di una storia del giardino in età contemporanea, come ha sottolineato Rosario Assunto, l’ontologia del giardino muta in maniera radicale, al pari di quanto avveniva nella storia dell’arte, e la sua estetica si piega a istanze meramente funzionali.

L’impianto dei giardini pensili di Babilonia doveva essere dotato di un elevato sistema tecnologico per l’alimentazione idrica a quote diverse. La sua totale scomparsa ha trasformato quest’opera in un modello ideale di riferimento fondamentale per molti giardini nel corso dei secoli e condivide oggi con i giardini verticali solo una delle sue caratteristiche: la distinzione del suolo vegetale da quello naturale. Ma quelli di Babilonia erano per l’appunto giardini pensili. La conformazione di questa tipologia consiste in una piantumazione al di sopra di una struttura artificiale, piana, inclinata o a terrazzamenti, che ha avuto una sua fortuna e una sua continuità nella storia del giardino.

Al contrario, nel giardino tecnologico le piante crescono senza avere alcun contatto con il suolo. Esso lavora in tutt’altro modo, come è ben descritto nel brevetto di Blanc: su una parete o struttura portante è posizionata una struttura metallica che supporta una lastra in PVC di 10 millimetri di spessore, sulla quale sono graffati due strati di poliammide di feltro ciascuno di 3 millimetri di spessore. Questi strati imitano i muschi che crescono sulla scogliera e supportano le radici di molte piante. Una rete di tubi controllati da valvole fornisce una soluzione nutritiva contenente i minerali disciolti necessari alla crescita delle piante. Il feltro è impregnato dall’azione capillare di questa soluzione nutritiva, che scorre lungo il muro per gravità. Le radici delle piante assorbono i nutrienti di cui hanno bisogno e l’acqua in eccesso viene raccolta sul fondo del muro da una grondaia, prima di essere re-iniettata nella rete di tubi: il sistema funziona in un circuito chiuso. Le piante sono scelte per la loro capacità di crescere su questo tipo di ambiente e in base alla luce disponibile.

Attraverso un’immediata proiezione nella contemporaneità, il principio costruttivo alla base dei giardini pensili trova in architettura ancora oggi numerose esperienze di fama internazionale.

Parliamo del cosiddetto Bosco Verticale (2009-2014), il noto complesso milanese di due edifici residenziali a torre di Stefano Boeri (1956), ricco di più di duemila essenze arboree distribuite sui prospetti, tra arbusti e alberi ad alto fusto. Un’idea nata nel 2007 durante un viaggio dell’architetto a Dubai, quando era direttore di Domus, che generò un’insofferenza verso le città minerali d’acciaio e di vetro, accresciuta dal fatto che il 94% degli edifici alti costruiti dopo il 2000 era rivestito in vetro. Molti dei suoi riferimenti culturali si sono così indirizzati verso il filone della cosiddetta Green Architecture, sviluppatasi nella seconda metà del Novecento, tra cui emergono le opere del suo precursore: l’architetto argentino Emilio Ambasz (1943) che negli anni Ottanta pubblicò il manifesto Green over Gray.

In tale contesto, si mette in rilievo una particolare evoluzione del giardino pensile, che attraverso il principio del tetto giardino ha trovato una sua felice teorizzazione nel Movimento Moderno – fino a coprire superfici estensive sempre più ampie e caratterizzanti – che ha dato vita ad architetture ipogee in contesti paesaggistici consolidati, quasi in maniera postromantica per le implicazioni mimetiche insite nella progettazione, con numerose realizzazioni di grande interesse e innovazione.

Infine, piace ricordare un’applicazione del giardino pensile anche a scala urbana nell’intervento di riqualificazione della High Line Park (2002-2011) di New York, il parco lineare realizzato dagli architetti Diller Scofidio + Renfro e dallo studio di architettura del paesaggio James Corner Field Operations su una sezione in disuso della ferrovia sopraelevata che corre lungo il lato occidentale di Manhattan, come è avvenuto in passato nella trasformazione delle mura urbane in passeggiate pubbliche.

Nel caso di Patrick Blanc, per comprendere invece la natura del giardino verticale, bisogna indagare nella sua storia personale, che si collega alla controcultura degli anni Sessanta e Settanta, ma anche ai principi dell’architettura radicale, in un’attenzione totalizzante all’ambiente in funzione di una mutazione globale. Nel 1972, prima del suo PhD in Biologia vegetale nel 1978 presso l’Université Pierre et Marie Curie di Parigi9, Blanc compie un viaggio nel sud-est dell’Asia e, dice Diane Ackerman, «appena entrato nell’adolescenza, la sua curiosità nomade si è spostata dagli acquari e dagli uccelli alle piante acquatiche, per poi saltare, a quindici anni, oltre le onde per arrivare nelle zone più umide e ombreggiate del mondo, il misterioso sottobosco delle foreste tropicali. Durante il college, un viaggio nelle foreste pluviali della Tailandia e della Malesia lo portò alla rivelazione che “le piante potrebbero germogliare a qualsiasi altezza, non necessariamente dal terreno”». Il viaggio in Oriente rallentava il tempo, dilatava gli spazi, alterava le distanze, avvicinava gli orizzonti e lasciava sentire più vera una rivoluzione contro il mercato del profitto,a favore dell’uomo in armonia con la natura, alla ricerca di una fantasia al potere che mai sarebbe arrivata. Partendo da questo primo viaggio di formazione universitaria, il giovane botanico seppe trarre beneficio da molti altri viaggi nelle foreste tropicali, osservando con sguardo disincantato la natura che ancora oggi domina e fagocita antiche architetture, come avviene nel tempio di Ta Prohm ad Angkor, ma anche la diversa vegetazione che si appropria lentamente delle fabbriche degradate o quelle in abbandono nelle periferie, il verde che cresce nei più piccoli interstizi della roccia nelle più diverse condizioni atmosferiche e in quelle più estreme per la crescita delle piante.

Si trattava di una natura invitta, fortemente evocativa, che si sposava con le teorie elaborate in Francia da paesaggisti come Bernard Lassus (1929), Jacques Simon (1929-2015) e Alexandre Chemetoff (1950). Sono gli anni in cui prendono forma i principi dei Jardins Imaginaires, dell’eco-paesaggismo e dell’opera aperta, ma anche la stessa Land art si avviava ad affermarsi sul panorama internazionale: si tratta delle principali teorie alla base dell’odierna architettura del paesaggio.

Nel 2006 Blanc pubblica Folies végétales, in cui illustra le infinite strategie d’adattamento delle piante, mentre ha completato una sorta di transfert che dal 1985 lo vede sempre più come la materializzazione contemporanea di quell’uomo in Habit de Jardinier, che Nicolas de Larmessin aveva raffigurato nel 1695.

Ma davvero Blanc è stato il primo botanico a inventare il giardino verticale? In realtà, in una lettera dello scrittore americano Elwyn Brooks White, indirizzata alla moglie Katherine nel 1937, si legge: «Io credo che tutti abbiano fratelli e sorelle pazzi. Io so di averlo. Comunque, Stan ha depositato un brevetto per una delle sue invenzioni, che chiama “Botanical Bricks”, cioè semplici moduli pianta (tipo vani finestra) che possono essere costruiti a ogni altezza, per rapidi effetti paesaggistici, con le superfici verticali coperte di viti in fiore, o simili. Lui pensa che l’idea abbia molte possibilità per cose tipo le Esposizioni Universali, etc., dove è necessario mettere del verde temporaneo rapidamente, oppure per i bar lungo i marciapiedi, piccoli giardini urbani, giardini interni, e tanti altri progetti». L’uomo di cui si parla è Stanley Hart White (1891-1979), botanico laureatosi alla Cornell University nel 1912 e professore di Architettura del paesaggio all’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign dal 1922 al 1959. Il Dipartimento di Architettura del paesaggio fu particolarmente influente nella modernizzazione culturale universitaria per il settore, grazie proprio al lavoro di White.

White aveva brevettato nel 1938 una nuova struttura registrata come Vegetation-Bearing Architectonic Structure and System: un muro vegetale che dava corso a un nuovo campo di lavoro nell’architettura del giardino. Si trattava di un metodo pionieristico, come è dichiarato nello stesso brevetto, «per produrre una struttura architettonica di qualsiasi possibile dimensione, forma e altezza e le cui superfici visibili o esposte possano presentare una copertura di vegetazione che cresca costantemente». Un’idea che anticipa gli attuali programmi di costruzione di corridoi ecologici artificiali in aree di intensa urbanizzazione, come reazione all’eccesso di antropizzazione, promuovendo interventi volti alla biodiversità e dinamiche di rigenerazione della flora e della fauna nella città contemporanea: una sorta di “Blanc effect” che investe diverse città, specialmente all’interno del contesto francese.

Gli scritti di White del 1931, What is Modern?, contenevano in nuce i principi dell’arte di creare giardini verticali per rispondere alle istanze della modernità. I suoi botanical brick consistevano di moduli metallici che contenevano il necessario substrato vegetale trattenuto da assicelle verniciate, supportate da una rete idrica e tecnologica per dare l’acqua e la luce necessarie alla vita vegetale, ma in forma scultorea. I moduli consentivano la differenziazione e l’isolamento degli apparati radicali delle piante predisposte per l’uso, secondo una logica insieme botanica e artistica.

Questa forma di astrazione non fu isolata nel contesto culturale degli anni tra le due guerre, quando era forte il dialogo tra la pittura d’avanguardia e il Movimento moderno. Tra i protagonisti del razionalismo, si ricorda Gabriel Guévrékian (ca. 1892-1970), uno degli architetti presenti al primo congresso del CIAM, riunitosi nel Castello di La Sarraz nel giugno del 1928 su iniziativa di Le Corbusier. Guévrékian è noto come colui che meglio di altri riuscì nell’intento di realizzare un giardino cubista, cosa che avvenne prima nel cosiddetto Jardin d’Eau et de Lumiere per l’Exposition Internationale des Arts Decoratifs et Industriels Modernes di Parigi (1925); poi nel più celebre piccolo giardino triangolare di Villa Noailles a Hyères (1926-1927); infine, nel giardino pensile di Villa Heim a Neuilly (1928). Il progetto di questi impianti era regolato da severe linee geometriche che ripartivano il giardino in comparti chiusi a quote differenti e costruiti con materiali diversi, mediante bordure a rilievo che partecipavano al disegno del complesso. Tale compartimentazione, memore di una tradizione colturale di stampo medievale, consentiva una variegata colorazione delle quadrature precisamente conchiuse all’interno del proprio perimetro, senza consentire che l’apparato radicale di un’aiuola potesse infestare il modulo confinante.

Nel 1948 Guévrékian partì per gli Stati Uniti d’America e divenne professore all’Università dell’Illinois, dove rimase a insegnare fino al 1969. Nel 1957 Frank Lloyd Wright pubblicava A Testament, in cui compariva il progetto per il Mile High Illinois, a cui avrebbe fatto seguito The living city (1958), ultima riflessione sul tema della città e del suo inarrestabile processo di espansione, a cui aveva opposto la sua Broadacre City. Nell’Università dell’Illinois Guévrékian collaborò con Stanley Hart White ed ebbe certamente modo di conoscere il suo brevetto, così come dovevano essergli note le utopie ambientaliste di Wright. Piace pensare che l’architetto di origini armene, al suo rientro in Francia nel 1970, abbia portato con sé la conoscenza di certa sperimentazione che grande impatto ebbe su alcuni dei principali paesaggisti americani, come Peter Walker, Hideo Sasaki, Richard Haag, Charles Harris e Philip H. Lewis Jr.

Certamente, oggi possiamo dire che Patrick Blanc è il moderno innovatore del muro vegetale di White, in particolare ha inventato il moderno giardino idroponico verticale, che lo distingue dai suoi predecessori proprio per l’alta tecnologia che sta dietro questi spettacolari interventi che riaprono discussioni sull’ontologia del giardino.

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