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Editoriale C33: Vivere gli interni

di Editorial Staff

Compasses Magazine

Questo numero di Compasses – il 33, simbolico per tanti aspetti – esce in ritardo di sei mesi rispetto alla data prevista di marzo 2020, a causa di una emergenza sanitaria che ha tenuto (e tiene ancora) in scacco il mondo intero. Mentre scriviamo, infatti, gran parte dei Paesi sta sperimentando la progressiva ripresa delle attività dopo tre lunghissimi mesi di lockdown, ma il futuro prossimo di oltre sette miliardi di persone sulla Terra, in termini di vita, di lavoro, di svago, appare ancora incerto.

Nei mesi che sono trascorsi tra il numero precedente di novembre 2019, dedicato ai temi della Green Architecture, e questo che ora presentiamo, il mondo ha dovuto faticosamente accettare restrizioni, confinamenti, radicali revisioni degli orizzonti economici, ma soprattutto sofferenze e lutti. Nel campo dell’architettura questo ha comportato interruzioni di progetti e di cantieri, ma anche rinvii di grandi eventi, tutti posticipati al 2021: a partire dal Salone del Mobile di Milano, alla Biennale di Architettura di Venezia, al 27° Congresso dell’Unione Internazionale degli Architetti di Rio de Janeiro, fino al più atteso di tutti, EXPO Dubai 2020, che manterrà questa denominazione nonostante l’apertura prevista per ottobre 2021.

Questo numero era stato inizialmente previsto per il Salone del Mobile 2020, ed era pertanto dedicato al tema dell’abitare gli interni. Il programma del numero era stato definito nel corso dell’autunno 2019, con ulteriori aggiustamenti nei primi mesi del 2020, quando la pandemia da Covid-19 è piombata nelle nostre vite. È superfluo sottolineare la sorprendente coincidenza tra questo programma editoriale e il contesto reale nel quale ci siamo tutti trovati a vivere fino a poco tempo fa: improvvisamente gli interni, e più ancora gli spazi domestici, sono balzati al centro dell’attenzione di ogni individuo, occupando progressivamente la scena dei dibattiti sull’architettura. Oggi, a distanza di alcuni mesi dall’inizio del lockdown, possiamo dire che la questione degli spazi interni in cui abitare, lavorare, studiare, divertirsi, rappresenta tuttora un tema cruciale per il futuro dell’architettura e delle città. Nonostante il ritardo dell’uscita, dunque, questo numero appare di grande attualità, proprio perché esplora – a livello più generale – il tema del «vivere gli interni», sul quale poco prima del Covid-19 l’attenzione sembrava calata persino a livello storiografico, come spiega bene Giovanni Menna nell’articolo che apre la rubrica [essays], dove si evidenzia il ruolo fondamentale della «rivoluzione degli interni» nel determinare le fortune del Movimento Moderno. Ma è ancor di più il tema della cucina a emergere, oggi, come un valore cruciale della casa, nella sua funzione protettiva e vitale. Ecco dunque che un articolo già programmato prima della pandemia – quello di Imma Forino, autrice di una corposa monografia sul tema – rivela la sua scottante attualità, ripercorrendo la storia di questo ambiente centrale dell’abitare tra le utopie e le eterotopie del XX secolo. Ad esso si ricollega idealmente anche il primo degli approfondimenti del [focus], dedicato a una cucina-pranzo-living realizzata dallo studio Amezcua in un ambiente ipogeo a Città del Messico, che pure nel titolo – Memorie dal sottosuolo – sembra evocare il confinamento forzato nel focolare domestico che tutti abbiamo appena vissuto.

Parlare di interni significa anche confrontarsi con i temi del dettaglio e della decorazione: è su questi aspetti che si sofferma – a livello teorico e metodologico, traendo spunto da un’esperienza di viaggio in Marocco – l’articolo di Paolo Giardiello. Qui l’autore, interrogandosi sul concetto di ornamento e sulla sua etimologia, focalizza il ruolo «necessario» della decorazione negli spazi interni dei Paesi Islamici, dove essa «è sia sottolineatura e comprensione della realtà materica e costruttiva […] sia trasfigurazione della materia». Il tema dell’ornamentum – in senso latino – percorre così tutto il [focus] del numero, tanto nelle sue espressioni più accentuate (il restauro del Park Avenue Armory a New York di Herzog & de Meuron o il restauro/restyling del Mandarin Hotel a Milano di Antonio Citterio e Patricia Viel), quanto nel suo quasi dissolversi (il restauro di un piccolo gioiello di Oscar Niemeyer, la Casa del Tè a Brasilia o il Duplex minimo a Napoli di Gambardellarchitetti). Il tema del dettaglio ritorna nella rubrica [architecture & plan], nelle due interviste di Cristiano Luchetti a due delle più attuali e prestigiose firme di architettura degli UAE: ANARCHITECT e X-Architects. È in particolare la prima, rivolta a Jonathan Ashmore, titolare dello studio ANARCHITECT, a soffermarsi sul ruolo della piccola scala in architettura. Richiamandosi all’opera di un grande architetto italiano come Carlo Scarpa, Ashmore sottolinea infatti come il dettaglio costituisca l’elemento cruciale di ogni vera creazione architettonica, testimoniando questa affermazione attraverso le belle immagini di due realizzazioni del suo studio: Al-Faya Lodge a Sharjah e Hilla Villa a Dubai.

Tutto il resto del numero mantiene costante l’attenzione sugli interni e sull’abitare: spaziando dal nuovo hotel Casa Fantini sul Lago d’Orta (Lissoni Casal Ribeiro) al recupero – anche qui ad uso alberghiero – di un borgo collinare abbandonato in Umbria (RA Consulting), fino alle sperimentazioni progettuali per la nuova moschea presso il Creek di Dubai, dove lo studio COdESIGN concepisce uno spazio interno religioso a partire da un modulo triangolare che orienta tutto il progetto. Al tema dell’abitare sono dedicati tre progetti nella rubrica [academia], selezionati tra i migliori lavori degli studenti senior del programma di laurea in Architettura dell’American University in Dubai, che affrontano tutti il delicato tema del Community Responsive Design in una città che ha puntato tutto sul lusso e sul glamour. Chiudono infine il numero una stimolante review di Marella Santangelo sulla recente mostra dedicata dalla Fondation Louis Vuitton di Parigi a una grande donna architetto, artista e designer come Charlotte Perriand, e un doveroso omaggio di Maria Vittoria Capitanucci a un grande maestro dell’architettura italiana e internazionale, Vittorio Gregotti, che ci ha lasciato proprio nei drammatici giorni dell’emergenza Covid-19.

In definitiva, pur consapevoli delle difficoltà del momento, vorremmo che questo numero stimolasse la riflessione sul senso dell’abitare, in un momento in cui lo spazio interno appare così al centro della nostra attenzione. Abitare al tempo del Covid-19 può infatti significare anche abitare il tempo del progetto, dell’immaginazione, del desiderio di cambiamento. Perché sappiamo che gli esseri umani sono adattabili e sopportano a lungo le restrizioni, ma anche che non rinunceranno mai a sognare un futuro migliore.

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