Editoriale C34:
Tempi di transizione e memorie in mutamento

di Andrea Pane

Compasses Magazine

Viviamo tempi di transizione. Mai come in questo periodo, questa espressione sembra appropriata per riassumere i sentimenti che ciascuno di noi prova davanti al futuro incerto dell’era post Covid-19.

Alcuni mesi fa ci eravamo rinchiusi in casa nella speranza che, con un grande sforzo collettivo, tutto passasse e potesse essere presto dimenticato. Ora, invece, siamo davvero costretti ad attendere, a vivere pienamente questa transizione verso un futuro – speriamo – migliore. Ma, nel frattempo, dobbiamo convivere con modalità e comportamenti che hanno sconvolto molte delle nostre certezze, minando la nostra libertà di muoverci e di incontrarci. Per la prima volta nella storia dell’umanità, una festa ormai globalizzata come quella del Natale sta per essere vissuta con restrizioni che negano proprio una delle sue principali prerogative, quella della socialità. Nemmeno durante le guerre mondiali ciò era accaduto, e in ogni caso non era accaduto su scala planetaria. Un barlume di luce sembra tuttavia scorgersi in fondo al tunnel: proprio mentre scriviamo queste righe, partono in diversi paesi le prime vaccinazioni contro il Covid-19, salutate dai governi con ottimismo.

Autorevoli psicologi diagnosticano intanto, nello stato d’animo di molti, disturbi dell’umore, stress, ansia, panico. Ma quello che forse non è stato ancora indagato è come si sedimenterà nella nostra memoria questa esperienza. Come e se essa diventerà una «memoria collettiva», per utilizzare la celebre espressione coniata agli inizi del XX secolo da Maurice Halbwachs. E soprattutto come sarà possibile gestire questa memoria, elaborando i lutti e le sofferenze che questa pandemia ha prodotto.

I temi della transizione e della memoria sembrano dunque quanto mai attuali. E così, come già accaduto per il numero precedente di Compasses, un argomento già programmato prima della pandemia – quello delle memorie in transizione – si rivela sorprendentemente calzante. Questo numero 34 raccoglie infatti riflessioni, progetti e realizzazioni che possono essere quasi tutti ricondotti al tema citato, dal restauro del patrimonio architettonico in Russia alle palazzine residenziali dell’Iran.

C’è dunque un doppio fil rouge che lega quasi tutti gli articoli del numero e che determina connessioni plurime di tipo geografico e tematico. Nel primo ambito – geografico – si collocano le importanti riflessioni di Donatella Fiorani sul trattamento della memoria e del patrimonio in Russia, strettamente connesse agli approfondimenti specifici relativi al restauro del Narkomfin (Luca Lanini) e dell’ala Ruina del Museo di Architettura A. V. Schusev (Olga Starodubova), entrambi a Mosca, nonché alle ricerche architettoniche e artistiche svolte da Aleksandr Brodsky in rapporto agli archetipi del patrimonio (Federica Deo), fino al ristorante Massimo Cafè ubicato in un edificio di fine XIX secolo a Volgograd – già Stalingrado – illustrato da Ferdinando Polverino De Laureto. Nel secondo ambito – tematico – si pongono gli intrecci tra casi molto distanti tra loro che hanno in comune l’agire su frammenti di memoria collettiva più o meno laceranti. Si spazia così dalla difficile gestazione del monumento alla memoria del conflitto armato in Colombia, che grazie al lavoro di Doris Salcedo giunge a un risultato che tiene insieme i resti di una casa coloniale allo stato di rudere con la memoria materiale e immateriale di una guerra che ha devastato la popolazione (Federico Calabrese), al trattamento della rovina nel già citato Museo di Architettura A. V. Schusev, fino al recupero del faro di Brucoli di Giuseppe Di Vita, che affronta il destino di architetture seriali a rischio dismissione, che hanno ormai sedimentato un rapporto inscindibile con il paesaggio e la memoria dei luoghi che le ospitano (Jenine Principe).

In mezzo a tutto ciò, come un fulcro sul quale fanno leva le suggestioni appena richiamate, si pone il [focus] sulla palazzina iraniana: un approfondimento curato da Cristiano Luchetti, che affronta una tipologia residenziale ricorrente nella metropoli di Teheran e non solo, individuandone i retaggi di memoria. Come ben illustrato nel saggio introduttivo di Attilio Petruccioli – grande esperto di architettura islamica, e iraniana in particolare – si evidenzia dunque anche qui il fil rouge che tiene insieme i nove progetti appositamente selezionati per questo numero, tutti caratterizzati da un’architettura di grande qualità, che recupera elementi della tradizione costruttiva iraniana reinterpretandoli in chiave contemporanea. Ne viene fuori un panorama di architetti emergenti e/o già molto affermati (tra questi ultimi Hooba design, Keivani Architects, New Wave architecture, White Cube Atelier, NextOffice, Habibeh Madjdabadi Architecture Studio) che fa certamente riflettere anche in rapporto alla tradizione italiana della “palazzina”, non sempre eguagliabile in qualità rispetto ai bei progetti qui selezionati.

Il resto del numero orbita, a distanze più o meno ravvicinate, intorno al tema principale, anche quando i progetti o le tematiche discusse non vi sono esplicitamente riferite. Lo testimonia, innanzitutto, l’articolo di Anna Cornaro dedicato al nuovo complesso destinato a ospitare il programma Executive MBA nel campus dell’American University in Dubai, progettato da Georges Kachaamy, dove la tradizionale introversione dell’architettura araba è reinterpretata in chiave contemporanea a vantaggio del comfort degli utenti. Ma anche il secondo articolo, dedicato dalla stessa Cornaro al libro curato da Tiziano Aglieri Rinella e Rubén García Rubio dal titolo Dubai Forward. Architecture in a Transient City, che affronta il tema della transizione dall’impermanenza alla resilienza di una città «superlativa» che ha finora guardato solo alla crescita continua, e che invece si troverà sempre di più, nel futuro, ad affrontare la riprogettazione dell’esistente, attraverso la riconversione dei suoi spazi interstiziali. E lo conferma, infine, il progetto di riconfigurazione di una casa borghese del XIX secolo realizzato da Fala Atelier a Porto (Portogallo), dove la memoria transita verso il futuro attraverso l’uso sapiente di materiali e colori (Daria Verde).

Tempo, transizione, memoria, mutamento: queste le parole chiave che segnano tutte le riflessioni e i progetti raccolti nel numero, ricordandoci che tutto è mutevole e transeunte, a partire dalla nostra stessa esperienza di vita.

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