Il restauro dell’ala Ruina del Museo di Architettura A. V. Schusev

di Olga Starodubova

Compasses Magazine

L’ala Ruina (in russo, rovina) del Museo Aleksei Viktorovich Schusev di Mosca era in origine la rimessa per le carrozze della tenuta realizzata nel 1787 per il camerlengo Aleksandr Talyzin sulla base di un progetto attribuito a Matvey Kazakov.

Nel 1805 tutta la tenuta fu venduta al mercante Ustinov e subì alcune modifiche strutturali, con nuove facciate in Stile Impero, divenendo uno dei salotti culturali della città, frequentato dai fratelli Vyazemskie, da Aleksandr Pushkin e da Denis Davydov. Nel 1845 il complesso passò al Ministero delle Finanze e all’ex rimessa per carrozze vennero aggiunti due piani. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il complesso fu acquisito dal Comitato Centrale del PCUS (1920), per poi passare al Gosplan (Agenzia per la Pianificazione economica dell’URSS) e quindi al Ministero della Giustizia, per essere infine adibito nel 1930 a casa collettiva e ad alloggi popolari. Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale parte dell’edificio principale venne destinata al Museo di Architettura, con un restauro reso difficile dalla presenza di alcuni inquilini: l’ultimo lasciò l’edificio solo nel 1961. Dopo un incendio negli anni Novanta, l’edificio è finito in uno stato di degrado che è all’origine del nome Ruina con il quale è oggi noto.

David Sarkisyan, carismatico direttore del Museo dal 2000 al 2009, presentava tuttavia la Ruina ai suoi ospiti come un’opera d’arte, un’attrazione. Nonostante tutte le problematiche e lo stato di degrado, egli ha saputo cogliere la specificità dell’edificio, iniziando a intervenire su di esso senza attendere fondi per il restauro, facendo installare protezioni temporanee ai vani delle finestre, riparando il tetto parzialmente distrutto dall’incendio, dispendo qualche tavolato a terra e iniziando ad allestire mostre anche in quest’ala. Nonostante l’assenza di impianti di riscaldamento – quando fuori la temperatura era di -15°C, all’interno se ne registravano -5°C – i visitatori sembravano restare volentieri dentro per ore: si percepiva un’atmosfera misteriosa e coinvolgente. Aleksandr Brodsky così ricorda la prima mostra del 2002, un’esposizione di icone: «Non c’erano solai, infissi e pavimenti al primo piano. Invece c’erano i soffitti a volta delle ex stalle, e bisognava camminarci sopra con attenzione. Tutto questo aveva un aspetto bellissimo, nonostante fosse a volte pericoloso. Sono così comparse impalcature e tavolati per il passaggio delle persone. Ricordo come nella Ruina fossero esposte le icone e alcune parti in legno dipinte provenienti da una chiesa distrutta. Sono state collocate sotto il soffitto nello spazio tra il primo e il secondo piano: le persone salivano in alto e le guardavano. Faceva freddo, visto che l’ambiente non era riscaldato, ma nessuno si sentiva a disagio. È stata per me una delle mostre più coinvolgenti che abbia mai visitato»1.

Un’altra importante mostra fu organizzata nel 2008 nell’ambito della Biennale di architettura di Mosca. Il titolo Persimfans è stato preso in prestito dal nome della famosa orchestra sperimentale senza direttore, attiva dal 1922 al 1932, ed è una sorta di metafora per una mostra collettiva di dodici architetti. Sarkisyan, come curatore della mostra, non fece altro in realtà che scegliere i dodici architetti: questi a loro volta trovarono un accordo perfetto, come avviene in un’orchestra sinfonica, dove ogni strumento di per sé è autosufficiente, ma in sintonia con gli altri produce un tessuto musicale coerente. L’allestimento, progettato da Alexandr Brodsky e Yuri Grigoryan (studio Meganom), consisteva nella realizzazione di un sistema di passerelle e piattaforme. Sarkisyan ha paragonato i partecipanti a dei “fotoni” con collegamenti intrecciati, come analogamente si collegano tra di loro architetti che appartengono alla stessa scuola di pensiero.

Dopo la morte di Sarkisyan, il suo ufficio, collocato in una stanza della Ruina, è diventato un’esposizione permanente, un memoriale, e del resto l’intero edificio si associa spesso a lui. Anche con l’arrivo del nuovo direttore, Irina Korobyina, la Ruina ha continuato a ospitare mostre, come quella dedicata a Narine Tyutcheva (studio Rozhdestvenka), invitata a presentare i lavori del suo studio di architettura.

Tyutcheva sentiva che l’edificio aveva un carattere molto forte che non era possibile ignorare, utilizzandolo esclusivamente come un semplice “contenitore” di mostre, e decise così di organizzare un evento dedicato all’edificio stesso e, più in generale, al concetto di “rovina” nella storia dell’architettura. Al termine della mostra, il direttore del museo annunciò un progetto di restauro per riportare la Ruina allo stato di poco antecedente all’abbandono, che prevedeva, in modo quasi banale, la semplice suddivisione degli spazi in piccoli ambienti, così come erano in origine, il rifacimento degli elementi decorativi in facciata, la realizzazione di solai. Tyutcheva intervenne con una controproposta progettuale in linea con una più accorta cultura del restauro: preservare tutti le tracce del passaggio del tempo, senza privilegiare l’una o l’altra, per facilitare la lettura di strati sovrapposti di storia, come se fosse un documento. Obiettivo dell’intervento era quello di conservare il più possibile i materiali e gli elementi originali e l’indivisibilità degli ambienti aperti a ogni piano, lasciando le aperture libere dagli infissi troppo frazionati, così facilitando non solo la comunicazione da “dentro” verso “fuori”, ma dando anche un nuovo valore all’atmosfera dello spazio, facendo entrare l’esterno all’interno. Di fatto, dopo l’intervento la struttura si presenta “a nudo” davanti al visitatore. L’inserimento di nuovi elementi è stato fatto nel segno della reversibilità: tutte le strutture integrate possono essere facilmente smontate secondo le necessità.

«Nell’intervento sulle murature – afferma Tyutcheva – ho preteso che ogni vecchio laterizio deteriorato fosse estratto, pulito, immagazzinato, che ne fosse studiata la fabbricazione e testata la resistenza, per poi, possibilmente, riposizionarlo al suo posto. Ogni crepa veniva discussa. Insomma, ritengo che per la muratura sia stato svolto un lavoro da “orafo”. Un altro episodio particolare è stato quello legato alla sostituzione della copertura. Abbiamo deciso di liberare il piano superiore dai puntoni e dalle costruzioni temporanee – una decisione dettata anche da considerazioni di carattere statico – e coprire una luce di 18 m con nuove capriate. Come si intuisce, stiamo parlando di misure ormai industriali. Produrre in fabbrica travi in legno lamellare non costituiva un problema. Ma le possibilità offerte dall’area adiacente per l’accesso dei mezzi necessari per sollevare e montare le capriate erano molto limitate […] Siamo stati costretti a realizzare manualmente le travi più piccole con elementi di taglio più piccolo direttamente sul posto. Non credevo fino in fondo che sarebbe stato davvero possibile. Per di più, bisogna considerare che il progetto era finanziato dallo stato, e le nostre risorse economiche erano molto limitate. […] Nonostante tutto siamo riusciti bene o male a realizzare quello che avevamo in mente»2. «Tuttavia – conclude Tyutcheva – il risultato più importante, secondo me, non risiede nella soluzione di complicate questioni tecniche, ma nel fatto che siamo riusciti a creare l’impressione di come tutto fosse rimasto come era prima. Una volta un funzionario della Moskomarhitektura (Comitato per l’Architettura e l’Urbanistica di Mosca), entrando qui ci disse: “Bravissimi, vedo che avete lavato a terra e cambiato le lampadine”. Ma era proprio questo l’effetto che volevamo ottenere»3.

1. S. Kondratieva, The Ruined Wing of the Schusev Museum: “Let Everything Stay The Same, But Keep It From Falling Apart”, Strelka Mag; https://strelkamag.com/ru/article/ruin

2. D. Shiryaev, Re-Establishment of “Disintegrated Materiality”, in «Tatlin Plan», 2, 26,160, 2017, pp. 11-12

3. S. Kondratieva, The Ruined Wing of the Schusev Museum, , cit.

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Credits

Rozhdestvenka Studio

Work
Restoration of the Ruina wing of the Museum of Architecture A. V. Schusev

Client
Museum of Architecture A. V. Schusev

Location
Moscow, Russia

Project Year
2017

Architecture and Design
Rozhdestvenka Studio

Project Team
Narine Tyutcheva, Kirill Tyurin, Leonid Milyukov, Polina Bush, Elena Kirillova, Irina Kudryavtseva, Petr Popov, Svetlana Potapova

Design Engineers
Rozhdestvenka Studio, Kirill Yakushin, Larisa Kagramanova

Additional Functions
Building Company: Integral, Archtekhnologia
Fixtures: LIK
Lightening: iGuzzini, MDM-LIGHT
Termoingenering: Yarkanon
Flooring: Arch-Skin
Consultants for restoration technologies: Ekaterina Litova, Elena Nikolaeva, Lidiva Shitova

Size and total area
1334 m2

Image credits
Rozhdestvenka Studio

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