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Minimalismo alla messicana: l’Hotel Camino Real Polanco di Ricardo Legorreta

di Ana Carolina de Souza Bierrenbach e Federico Calabrese

Compasses Magazine

Inaugurato da mezzo secolo, l’Hotel Camino Real Polanco di Città del Messico è ancora un’architettura densa e stimolante. L’hotel, progettato dall’architetto messicano Ricardo Legorreta, apre le sue porte nel luglio del 1968. È il primo degli alberghi della catena Camino Real progettati dall’architetto, che include quelli di Ciudad Juarez (1966), di Cancun (1975) e di Ixtapa (1981). L’architetto Legorreta, per il progetto dell’hotel di Città del Messico, si avvale della consulenza di Luis Barragán, dell’artista Mathias Goeritz e della collaborazione di altri professionisti.

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la relazione che l’edificio costruito stabilisce con le tradizioni architettoniche, a cominciare dalla decisione dell’architetto di mantenere la scala e l’impianto dell’edificio preesistente nell’area, l’antico Ospedale Cowdry, datato 1886. Legorreta limita in altezza il complesso a sei piani e adotta la stessa strategia progettuale della preesistenza per alcune parti dell’hotel: le ali con le camere per gli ospiti sono circondate da patii intimi e meticolosamente progettati attraverso un sistema che unisce vegetazione, specchi d’acqua e fontane. Egli usa la stessa strategia progettuale per il patio di entrata all’hotel, che ha la stessa logica di quello dal quale si accedeva all’Ospedale, con una forma differente, in questo caso pentagonale. Queste soluzioni progettuali hanno una forte similitudine con quelle di alcune architetture religiose e domestiche del periodo coloniale messicano. Gli edifici che si  affacciano sul patio centrale con la piscina hanno una forma peculiare. La facciata è inclinata ed è interamente rivestita di pietra grigia, usando come riferimento le piramidi del Messico precolombiano. Le facciate sono scolpite da profonde rientranze che contengono le terrazze delle camere, creando così un ritmo serrato di ombre profonde e vibranti. Il resto degli edifici ha una volumetria più sobria e regolare, a volte scolpita dalle profonde terrazze, a volte con ampie vetrate a filo della facciata. Tutto ciò induce la rivista «Progressive Architecture» a definire l’architettura dell’edificio «minimalista». Col passare degli anni insorgono problemi tecnici che inducono l’architetto a decidere di abbandonare il rivestimento in pietra e optare per un intonaco alquanto rustico, che con tonalità di giallo, bianco e ocra, rimanda alle colorate architetture tradizionali presenti in Messico.

In tutte le pareti dell’hotel si riscontra la predominanza di tinte forti e contrastanti, come il giallo, il rosa, il viola e l’azzurro. Sono tinte tipiche dell’architettura locale, già utilizzate da Barragán in alcuni dei suoi progetti. Oltre alle aree con le camere degli ospiti, l’hotel conta altri spazi importanti come la grande reception, diversi bar, ristoranti, sale riunioni e conferenze, oltre alla zona degli uffici, dei servizi e un grande parcheggio coperto. L’architetto riesce abilmente a raccordare tutti gli spazi, creando dei percorsi intricati, con corridoi molto spaziosi, e variazioni di quota attraverso ampie rampe di scale di varie dimensioni. Le zone con le stanze degli ospiti sono servite da corridoi con illuminazione indiretta, che si intersecano in corrispondenza dei patii, illuminati con grandi pannelli colorati di viola, offrendo una piacevole pausa per gli ospiti nei lunghi corridoi. Nelle zone pubbliche le scale hanno caratteri e dimensioni diverse, dalle più ridotte fino alle gradonate monumentali che collegano in una risalita mai lineare gli spazi più rappresentativi dell’hotel.

L’integrazione di arte e architettura è una caratteristica del progetto di Legorreta. Il patio di accesso all’hotel è contraddistinto da un grande pannello traforato, con un carattere fortemente architettonico, opera di Mathias Goeritz. È un grande diaframma che separa l’hotel dal caos della metropoli. Superato questo diaframma si entra nel grande patio occupato quasi interamente da una fontana progettata da Isamu Noguchi, in cui il movimento dell’acqua cambia, di mattina più convulso e di notte più tranquillo. Originariamente il grande diaframma di
ingresso era di colore nero e le pareti di fondo del patio erano bianche. Successivamente, l’architetto, giudicando lo spazio di questo patio troppo formale e concettuale, decide di cambiare il colore e passare dal nero all’attuale rosa, e dipinge una parte dei muri di fondo di un giallo intenso.

Il percorso ascensionale, interno all’hotel, è punteggiato di opere d’arte: la lobby principale ospita un grande murales di Rufino Tamayo; la parete di fondo del primo scalone monumentale è occupata dal Mural Dorato di Mathias Goeritz. Al piano superiore la sala principale è interamente occupata da una grande scultura di Calder. La sequenza di scalinate finisce con una opera murale di Pedro Freideberg dal titolo suggestivo 16 profezie di un astronauta indù. Questo murales conclude il percorso monumentale ma, allo stesso tempo, a causa del suo effetto illusionistico di profondità, lo rende infinito. Gli interni dell’hotel sono progettati nei minimi dettagli. Legorreta si associa a due architetti della fabbrica di mobili Knoll: Charles Sevigny e Peter Andes. É interessante segnalare come la rivista «Progressive Architecture», che pubblica il progetto, affermi che inizialmente c’era un’influenza miesiana associata ad una messicana, soprattutto per l’uso del colore. Al progetto di interni si aggiungono alcuni mobili antichi, quali sedie, specchi e soprattutto una grande porta di legno del XVII secolo all’entrata della lobby principale.

Il responsabile – con la collaborazione di Peter Murdock – della creazione di tutta la grafica, del logo, della segnaletica e delle divise dei dipendenti dell’hotel in stile preispanico è Lance Wyman, creatore in quegli stessi anni della comunicazione grafica delle Olimpiadi del 1968 di Città del Messico. In 50 anni di vita, per adattarsi alla domanda contemporanea, il Camino Real Polanco passa per una serie di trasformazioni – le più importanti avvenute nel 1985 e nel 2005 – riguardanti sia gli spazi più intimi sia quelli pubblici. La reception dell’hotel viene fortemente modificata e la sua posizione cambia in relazione all’entrata, allontanandosi da questa. Un’altra significativa trasformazione è l’eliminazione dei campi da tennis in copertura, sostituiti da una grande sala per eventi con un generoso terrazzo che guarda il Castello di Chapultepec. Altre alterazioni riguardano le opere d’arte, vendute dalla nuova proprietà dell’hotel, come la scultura di Calder, o rimosse, come le tappezzerie dai disegni geometrici di Annie Albers. Anche l’arredamento delle camere, in alcuni casi, subisce delle modificazioni avvalendosi di un’estetica più contemporanea meno vistosa di quella degli anni Settanta, ma senza alterarne l’essenza, preservando i forti colori contrastanti precedentemente usati per gli interni. Tutte le trasformazioni avvenute negli anni non alterano in maniera significativa l’idea del progetto originale, con le sue relazioni spaziali ed architettoniche e con i dettagli artistici. L’ospite del Camino Real Polanco tutt’oggi fa una esperienza spaziale di grande impatto emozionale, non diversa da quella degli anni Sessanta. È comunque interessante rilevare come l’hotel perda la sua aria minimalista per trasformarsi negli anni in una architettura più vicina a quella vibrante e colorata caratteristica delle opere di Ricardo Legorreta.

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