BILLBOARDS. Due progetti di Maurizio Montagna

di Marianna Ascolese, Federica Deo

Compasses Magazine

Architettura, città, dispositivo, tempo sono tematiche care alla ricerca condotta dal fotografo milanese Maurizio Montagna. Nei suoi lavori emerge una lettura acuta dei luoghi e delle loro trasformazioni antropiche e culturali.

In questo articolo focalizziamo l’attenzione su due differenti progetti, Billboards 2008 e Billboards site-specific Latronico 2018, attraverso cui l’autore pone importanti riflessioni sul rapporto tra soggetto, oggetto e il contesto/paesaggio di cui questi sono parte.

 

FD: I due progetti hanno lo stesso nome. Entrambi conducono un’indagine molto stratificata attorno ad uno specifico oggetto, la sua relazione col reale, col paesaggio e con la fragilità del suo stesso significato. Nei dieci anni che intercorrono tra i due lavori la funzione del billboard è cambiata: la pubblicità ha subito un processo di dematerializzazione. L’abbandono di questi oggetti diviene soglia cognitiva del tempo: questi schermi senza proiezione portano in sé il segno del corso del tempo, del mutare del luogo, dell’ambiente e dell’economia che lo regola. In che misura la tua riflessione e la tua ricerca sono cambiate in questi anni?

 

MM: Nella ricerca realizzata dal 2003 al 2009 mi sono interessato dell’oggetto cartello in quanto tale. In Billboards 2008 ho voluto sacralizzare l’oggetto cartello e il mio linguaggio ha aderito alle composizioni dipendenti dal loro posizionamento. Ciò ha portato a sacrificare la lettura complessiva dei luoghi; le relazioni con il tessuto urbano sono parziali: strade, elementi di arredo urbano, edifici, architetture sono una presenza quasi accidentale definita dal punto prospettico di ripresa. Nel caso del progetto site-specific i presupposti sono ribaltati: il cartello è posto in un punto preciso del paesaggio Lucano; il paesaggio circostante pur parcellizzato dall’inquadratura ha la sua importanza e la relazione con lo spazio è stata pensata al fine di contestualizzare l’istallazione in un punto dove creare possibili interazioni e nello stesso tempo poter definire un preciso punto di vista che permettesse di traguardare il cielo.

FD: Nelle cornici di Billboards 2008 è presente un’allusione all’urbano che l’inquadratura esclude: è possibile leggere la città post-industriale della produzione, mercificazione e le trasformazioni sociali e antropiche a questa sottese. Con site-specific Latronico c’è invece un ritorno a quei luoghi che hanno avuto sorte inversa: desertificazione. Gli strumenti di ricerca sono differenti: l’opera del 2008, da un lato attraverso la “serie”, tentativo di testimoniare più che catalogare, e dall’altro attraverso la poetica fotografica, si configura come opera espressiva e analitica, personale riflessione su un mondo quotidianamente esperito. Billboards 2018 invece riconsidera l’oggetto svincolandolo sia dalla ricezione passiva nel luogo ordinario sia, in certa misura, dall’autorialità presente nel primo lavoro. Qui il billboard, inserito in un luogo che ne neutralizza la funzione, diviene significante, «parola» in divenire che, svincolandosi dal significato oggettivo, mette in moto un nuovo processo di interazione tra il destinatario e l’oggetto. Progettualità inoltre sottolineata dal più vasto progetto A Cielo Aperto di cui è parte. Puoi parlarci del processo creativo che ha portato alla nascita dei due progetti?

 

MM: Deleuze in Differenza e Ripetizione sostiene che occorre che ogni punto di vista sia anche “la cosa”, o che “la cosa” appartenga al punto di vista. “La cosa” è di fatto un cartello privato della sua funzione primaria. Questo cambio di paradigma permette al soggetto di fissare dei nuovi codici di lettura. Vengono modificate anche le nostre funzioni percettive in relazione al soggetto: eliminate le invasioni cromatiche e figurative dei messaggi pubblicitari, il cartello compie una sorta di mimesis. Sta poi a noi attribuire significato a questa trasformazione. Dopo le fotografie scattate nel primo anno mi sono reso conto che il mio interesse era volto all’oggetto in sé. Ciò avrebbe spostato il lavoro in una direzione capace di far riflettere non tanto sul paesaggio urbano ma su valori parcellizzati dalla catalogazione quasi tassonomica di questi soggetti. Tuttavia penso che Billboards sia un possibile strumento di analisi urbana, nonostante questo non fosse il mio primo presupposto progettuale. Le possibili qualità di un oggetto sono messe in relazione da chi osserva l’oggetto e a questa pratica è particolarmente legato Billboards 2018. Qui i presupposti sono diversi. Pur parlando dello stesso oggetto, il progetto a Latronico si propone di essere una cerniera tra i miei ultimi lavori: “mettere in posa” in maniera definitiva il cartello, cercando di eliminare la staticità dell’opera era già una sfida. Billboards 2018 è stato realizzato con specifiche caratteristiche: i materiali, il colore, la pozione, e quindi il punto di vista e il fine erano di rendere l’oggetto compatibile con relazioni, attività e processi artistici di varia natura. La realizzazione comunque è stata possibile grazie a un lavoro in sinergia con Pino Valente e il gruppo di A cielo aperto.

 

MA: I due progetti enfatizzano il ruolo che l’immagine assume nella condizione contemporanea non semplicemente come un mezzo informativo della realtà ma come uno strumento in grado di raccontare un modo di vedere lo spazio urbano. L’arbitrarietà e la regola descrivono i luoghi attraversati in Billboards pur restituendo all’immagine stessa due consistenze diverse: nel primo lavoro, la città è protagonista e antagonista di una stessa “immagine” identificata in una generica realtà quotidiana che si confronta continuamente con la fragilità e la dirompenza che l’apparato visuale le impone, mentre nel progetto del 2018 l’immagine assume un’altra forma, più evocativa ed introversa, alla ricerca di un sottile equilibrio tra il mondo visibile e quello sensibile. In che modo definiresti il ruolo dell’immagine nella condizione contemporanea? Quale, secondo te, potrebbe essere un‘immagine (o dispositivo) in grado di raccontarlo?

 

MM: Vilém Flusser, in Per una filosofia della fotografia, propone una riflessone sulle relazioni tra operatore e strumento, sul ribaltamento di ruoli tra operatore/utilizzatore e sui processi tecnologici fotografici. In sintesi il filosofo sancisce che l’artefice di un possibile processo artistico sarà condizionato sempre di più dalla tecnologia utilizzata, definendo “artista” colui che progetterà lo strumento\software necessario alla post-produzione delle immagini. Nonostante le interessanti considerazioni di Flusser, egli palesa un disinteresse verso la relazione tra soggetto e fotografo che rimane comunque l’aspetto essenziale della ripresa fotografica capace di definire un necessario sguardo sul mondo. Per quanto riguarda la fotografia, dal mio punto di vista essa porta con sé delle enormi potenzialità; fondamentale è cercare di attualizzare i metodi espressivi, senza però farsi ingannare dai tranelli posti dai sistemi commerciali dell’arte contemporanea.

MA: Un elemento spesso ricorrente nei due lavori è il costante rimando all’assenza, che non è solo la ricerca di un vuoto, ma assume spesso un significato più ricco che esplora una relazione con le cose intorno. Questa assenza è tanto personificazione di mancanza, che si esprime in quei luoghi ritagliati dai cartelloni pubblicitari, deprivati di una radice, strenuamente messi al margine di qualcosa, quanto presenza onirica capace di cogliere una realtà rarefatta definita da un mutevole tubolare bianco. Questo concetto di assenza lo si ritrova anche in altri lavori (Torri Milano 2015-2017 e Biennale 2014) in cui la relazione con l’opera di architettura e la città è molto forte, quasi necessaria. Quale condizione ti spinge a scegliere di fotografare in questo modo? Come interpreti il concetto di assenza nella tua relazione personale con la città e il paesaggio? 

 

MM: «The sign does not wait in silence for the coming of a man capable of recognizing it: it can be constituted only by an act of knowing». Agire nelle possibilità tecniche che lo strumento mette a disposizione in relazione alle possibilità di lettura di un soggetto è la prerogativa di un artista. La fotografia è un atto di conoscenza, forse più delle altre arti: osservare attentamente una fotografia è un atto di riguardo verso il mondo. Ogni dettaglio di una fotografia può aprirci possibilità d’interpretazione. La nostra sensibilità ci darà la possibilità di una comprensione del soggetto attraverso dei codici: sta a noi e alla nostra cultura visiva interpretarli e dar loro significati. Attraverso una buona fotografia mi auguro sempre di scardinare le sovrastrutture del soggetto, riuscendone a dare una rilettura ove senso e visione avvalorino il “sacrificio” compiuto dal soggetto mettendosi in posa. Così è per ogni modello che cerco di proporre ai miei lavori, in maniera particolare per l’architettura, dove, uno sguardo stereotipato corre il rischio di proporre canoni impagliati da modelli precostituiti, con il triste risultato di accontentarci di vedere quello che già conosciamo.

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